Modena, abbiamo un problema.

Posted on 16 gennaio 2018

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Vienna 14 gennaio 2018.

Circa 65 mila persone scendono in piazza contro il nuovo esecutivo austriaco. Sebbene la notizia sia passata parecchio in sordina in Austria i neonazisti sono tornati al governo. Sei ministeri (tra cui Esteri, Interno e Difesa) e un sottosegretario.

Uno di questi, del partito neonazista Fpö, pochi giorni fa, è riuscito pure nell’impresa di farsi intercettare dai distratti radar della cronaca nostrana per aver parlato di necessità di “concentrare” i richiedenti asilo in centri speciali di assistenza; una dichiarazione affatto neutra quella pronunciata dal neoministro degli Interni, Herbert Kickl, con quel termine concentrare che in tedesco richiama direttamente all’orrore del konzentrationslager proprio nel paese che diede i natali a Adolf Hitler.

Allo stesso tempo, a due settimane dall’inizio del 2018, i morti affogati nel Mediterraneo sono già più di 200 mentre si congela rischiando la morte sui valichi alpini. L’italietta che ha abbandonato un Regeni vivo (ieri avrebbe compiuto 30 anni) ma che in compenso ha appena riabbracciato con tutti gli onori la salma di sciaboletta, sempre più povera e feroce al suo interno, si appresta a votare (domani, mercoledì 17) l’invio di truppe in Libia, Niger e in una Tunisia in rivolta.


 

Questo per riassumere, il contesto fosco nel quale ci si muove in questo inizio di 2018.

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Modena non è da meno, a un anno dall’apertura del covo di Terra dei Padri, i fascisti in città sembrano possedere la massima agibilità. Complicità e “distrazione” della stampa locale, negligenza e indifferenza dalla politica cittadina, favoreggiamento nemmeno troppo dissimulato da parte degli apparati dello Stato; sono questi gli elementi che costituiscono le ragioni principali per questa evidente fuoriuscita di liquami dalle fogne. Un’inversione di tendenza non sembra affatto all’orizzonte, anzi. Con le elezioni alle porte occorre registrare una presenza sempre più attiva sul territorio. Solo lo scorso sabato, Casapound e Forza Nuova, hanno allestito banchetti di propaganda – ben protetti da celere, guardie, Ros e Digos – rispettivamente a Vignola, Sassuolo e Pavullo e nel centro di Modena e Carpi.

Come se non bastasse, nel più totale disinteresse di politica e stampa locale – un’indifferenza affatto nuova e dal vago sapore di omertà – passano in città, nel silenzio più assordante, personaggi che quantomeno dovrebbero far raddrizzare le antenne. Com’era già successo per Mario Merlino lo scorso gennaio, sembra che a Modena certe presenze siano sempre accompagnate da una cortina fumogena che, nonostante le puntuali denunce, li fanno sempre passare inosservate. Zero domande, zero informazione, tutto ordinario, tutto normale. Così, per la seconda volta, pezzi di storia dello stragismo e dell’eversione nera in Italia, passano così, senza colpo ferire.

Quest’anno, è il turno del parmense Claudio Mutti, amico del terrorista Franco Freda e “pedina non secondaria di quel “partito del golpe” composto da fascisti da una parte e da uomini dei servizi segreti “deviati” dall’altra”  che caratterizzerà l’epoca della strategia della tensione in Italia. MuttiClaudio Mutti era considerato, nel ’74 dai magistrati bolognesi di allora personaggio non secondario dell’eversione emiliana, appendice non secondaria di quella veneta facente capo a Padova e, quindi a Freda. […] Entra in carcere nel ’74 quando i giudici bolognesi stavano cercando di far luce sugli attentati dinamitardi, rivendicati da “Ordine nero”, di Moiano, Ancona e Bologna. Gli attentati cioè che prepararono la strage dell’Italicus avvenuta il 4 agosto dello stesso anno.“* Prendiamo dal post di Modena Antifascista: “Torna in cella nel maggio 1979, nell’inchiesta romana sugli attentati di “Costruiamo l’azione”, con l’accusa di ricostruzione del disciolto partito fascista e associazione sovversiva, e anche nell’agosto 1980 dopo la strage di Bologna, con l’accusa di essere membro della direzione strategica dell’eversione nera. L’esito, come sempre quando si parla di indagini sui fascisti collusi coi servizi segreti e implicati nella strategia della tensione, è il solito: mancanza di “indizi schiaccianti”.

A Modena si chiudono gli occhi, si fanno spallucce. La polemica monta giusto se vengono intimiditi direttamente i politici, come successo, a inizio anno, all’assessore di Carpi Cesare Galantini ed anche in questo caso si va giù timidi, timidi. Mica ci si domanda come possa aver fatto il questore ad autorizzare un presidio di Forza Nuova, a Fossoli,  a poche centinaia di metri dall’ex campo di concentramento e direttamente sotto casa dell’assessore. Ma sai, “legalità” e autorità non si discutono. Mai! Guai!

Che la politica istituzionale non si faccia troppi problemi di sorta a frequentare quel circolo non ci stupisce affatto né ci spaventa. Partiti come Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia e Movimento 5 stelle hanno già da tempo dimostrato il proprio distacco imperturbabile dalla pregiudiziale antifascista.

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Ciò che ci spaventa in città è ben altro. Sono gli interstizi, i lati ciechi, i tizzoni non spenti che giacciono sotto la cenere. È il presidente di Porta Aperta, Luca Barbari, che dibatte civilmente con Bertaglia, vice coordinatore regionale di Forza Nuova, proprio a Terra dei Padri oppure, ancora, è lo stesso presidente di quel circolo, Fabio Di Maio, che presenzia all’apertura di una nuova casa per i richiedenti asilo, gestita sempre da Porta Aperta, assieme al Sindaco, al Vescovo, al capogruppo di Forza Italia Andrea Galli e alla parlamentare del Pd Giuditta Pini. È lo sdoganamento già avvenuto, in ambito locale, prima ancora che partissero i quesiti o le obiezioni. Prima ancora che sentissero anche solo la necessità di “ripulirsi” l’immagine per darsene una “civile”, “democratica” e “rispettabile” che già glie la si forniva attorniandoli nel campo delle istituzioni più riconosciute.

Sono molto più i silenzi a parlare, a Modena, rispetto a ciò che viene detto ufficialmente  nel dibattito politico locale. Sono i non detti, gli ammiccamenti, i colpetti sulle spalle, è il sindaco Muzzarelli che offre la sua guancia migliore, la sua benevolenza, solo a certi comitati sulla sicurezza™ e non ad altri. IMG_20180116_165250 È il sito d’informazione on-line LaPressa che si descrive come uno spazio aperto, dove quasi tutti possono parlare, anche i quasi-fascisti. È il rumore di fondo di una città che non ha alcuna voglia di interessarsi seriamente al problema del fascismo sul suo territorio; così come, finora, non ha avuto alcuna intenzione di affrontare degnamente il caporalato in uno dei suoi distretti produttivi più importanti, quello della lavorazione delle carni. Due fenomeni che si muovono in parallelo a nostro avviso e suoi quali, forse, si sperimenteranno le sfide politiche dell’anno che sta iniziando a prescindere dal piano prettamente elettorale.

Prendiamo ora la Gazzetta di Modena come cartina tornasole per le nostre misurazioni in città.

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Tornati dai Caraibi, passato Natale dove siam tutti più buoni, riassestata la linea editoriale sul distretto delle carni e incassato il patentino di sinceri-democratici-antifascisti dopo il 15 dicembre (giorno della manifestazione contro lo Ius Soli), ecco che si torna a spingere prepotentemente sul solito tasto che sta a cuore un po’ a tutti, tanto a destra che a quell’altra destra, quella del Partito della Nazione, allarme sicurezza a tutto gas! Lo schema è semplice, consolidato e ormai stranoto. Si sguinzaglia Stefano Totaro in qualche parco cittadino. Alarm, Alarm, Alarm!! Degrado e microcriminalità assediano la città! Articolo a tutta pagina sulla Gazzetta, magari infiocchettato da toni da inchiesta ssenssazionale, qualche ripassino nei giorni successivi et voilà il gioco è fatto. Si crea un bisogno, un’aspettativa, si iniettano dosi estreme di insicurezza percepita e si stimola una richiesta, che prende le mosse da un desiderio di sicurezza esistenziale ma che si dispiega nel suo surrogato, quello crudele, quasi estetico, nel riflesso pavloviano che si fa rigurgito. totaro Già la settimana seguente avrete il blitz delle forze dell’ordine, anch’esso documentato a tutta pagina sempre con toni ssenssazionalistici, di caccia all’irregolare, al clandestino, al richiedente asilo, con lo spettro del narcotraffico e della criminalità che si staglia su uno sfondo indistinto. Rastrellamenti e perquisizioni che avvengono in forze, con lo spettacolo congiunto di sirene e divise che assolve a una duplice funzione, quella di “rassicurare” visivamente il cittadino esasperato™ e quella di “educarlo” ad una progressiva e costante militarizzazione del territorio. Per rendersi conto della vera funzione di certi blitz, puramente estetici e degli articoli che ne illustrano minuziosamente l’operato, colorandolo, è sufficiente giusto un passaggio, qua (sottolineature nostre): “Le cifre: 65 persone identificate, di cui 48 stranieri, due di questi portati in questura, recuperati 5,4 grammi di marijuana [Sic!], sette gli esercizi commerciali controllati. Quella di ieri è solo la prima puntata.

65 persone controllate, 48 stranieri, 5,4 grammi di marijuana! Ricordate le scene davanti alla stazione di Milano, nel maggio scorso, quelle in diretta tv che fecero scalpore perché sembravano ambientate in una Germania anni ’30? Sono arrivate anche in una media città di provincia, solo meno evidenti, più celate seppur raccontate sempre in chiave nazional-securitaria. Perché, come afferma Minniti, “la sicurezza è un bene comune”, “è qualcosa di più forte di un diritto” e “si rivolge ai più deboli.” La  chiave, in questo caso, è nazional-socialista.

“Perché, prima ancora di divenire un regime dittatoriale, il fascismo è un dispositivo che plasma le relazioni sociali ed i comportamenti di ciascuno. Per questo oggi il fascismo ritrova anche tutta la sua attualità se contestualizzato nel paradigma globale securitario. Le campagne mediatiche e politiche si concentrano tutte sull’allarme terrorismo, l’emergenza migranti e sulla necessità costante di misure anticrisi infondendo così angoscia, insicurezza e paure. Il fascismo, inteso come dispositivo comportamentale, si configura allora come risposta coerente al desiderio di sicurezza e controllo indotto dalle campagne di isteria governamentale. Diventa sempre più senso comune la paura contro il migrante e lo straniero che in tempi di crisi ruba il lavoro e sottrae case popolari, si organizzano ronde “spontanee” per sentirsi più sicuri nelle strade e per lo stesso motivo si pretende una militarizzazione dei quartieri. Tutto ciò per sentirsi meno emarginati, meno soli, meno poveri… Più sicuri insomma! Si vedono e si stanano ovunque gli stranieri come nemici pur condividendone la stessa miseria economica ed esistenziale, si aprono migliaia di micro-conflitti con chiunque per vincere paradossalmente proprio la solitudine e l’emarginazione. Ogni territorio è dilaniato da micro-fratture che si fanno sempre più violente fino a diventare una sorta di guerra civile a bassa intensità ed è per questo che NO! non solo non siamo tutti antifascisti, ma è in questa guerra che i fascisti combattano e vincono le loro battaglie. La forza delle organizzazioni fasciste oggi, da alba dorata a casapound, da jeunesse identitaire all’alt-right americana, sta non solo nella loro forza elettorale o nel loro radicamento territoriale ma soprattutto nella loro capacità di basare le loro politiche sulle condizioni emotive della popolazione. Non è un caso che, in Italia ad esempio, difendano le famiglie italiane dagli sfratti, che propongano lo sgombero delle case popolari assegnate agli stranieri, che distribuiscano generi alimentari di prima necessità alle famiglie indigenti, purché italiane chiaramente, che abbiano mezzi materiali e l’addestramento necessario per agire in territori devastati da catastrofi naturali, che organizzino ronde anti-spaccio, laddove lo spaccio non sia gestito dagli italiani si intende, e che marcino in migliaia per la chiusura dei campi rom o dei centri di accoglienza o più in generale “contro il programma di sostituzione etnica”. Le organizzazioni fasciste a livello globale si pongono come soluzione alla crisi, alle paure, al bisogno di sicurezza e alla miseria del presente, ed è per questo che sono un’opzione non solo attuale e praticabile ma anche apparentemente desiderabile.” Da qua.

A Modena, così come nel paese, dunque, non sarà di certo chi ci governa a respingere il fascismo, dobbiamo farlo noi, insieme, domandandoci al tempo stesso come farlo al meglio, interrogando ciascuno i propri metodi e le proprie specificità.

*Da L’Unità, 18 maggio 1979, Gian Piero Testa, Claudio Mutti: trasformismo al servizio dell’eversione.