Elezioni europee e fascismo 2.0. L’Italia in marcia su cocci già rotti.

Posted on 24 Mag 2019

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«In tempi di distruzione della democrazia, le elezioni sono un metro del tutto sbagliato per misurare i rapporti di forza.»
Ignazio Silone, dirigente del Partito comunista d’Italia, fuoriuscito in Francia, 1924.

 

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Sabato 25 maggio, vigilia di elezioni (europee e amministrative).

Cielo cupo e clima pesante. Nel paese capita un po’ di tutto e la torsione autoritaria, che finora aveva viaggiato, sì spedita, ma sempre sotto la quota radar delle percezioni di massa, ora si fa eloquente e manifesta.

Chiariamo subito, la situazione italiana attuale, per essere compresa al meglio, andrebbe inserita in quello che è stato definito ciclo politico reazionario che presenta caratteristiche globali. Riprendiamo con una breve panoramica da qua: “la Brexit e l’elezione di Trump sono stati solo i due eventi che hanno gettato la luce su una tendenza più articolata che tiene insieme, tra i casi più rilevanti, la crescita delle forze neofasciste in tutta Europa, il riassetto conservatore di molti paesi sudamericani, dell’India e dei paesi dell’Europa dell’est. Questo ciclo politico è al contempo l’effetto della “crisi di egemonia” delle élite e dell’ordine del discorso neoliberale, e la reazione organizzata all’ondata dei movimenti anti-austerità e democratici degli anni centrali della crisi economica. Il ciclo consiste in una serie di mutamenti che convergono nel riallineamento autoritario delle istituzioni statali, in un rafforzamento della balcanizzazione della società e del mercato del lavoro sulle linee della razza e del genere, e nella “rifeudalizzazione” dei rapporti sociali ed economici, anche quelli più minuti e molecolari. Per l’essenziale, questa tendenza si presenta come “non-inclusione” di una parte crescente dei subalterni.”

Ora, una rapida carrellata in piano sequenza di alcuni fatti accaduti in questo maggio anomalo potrebbero aiutarci a rilevare al meglio le coordinate della situazione. Ne elenchiamo alcuni:

A Brembate, vicino Bergamo, i Vigili del Fuoco intervengono per rimuovere uno striscione dalle finestre di un’abitazione privata. Il pericolo? Una scritta che recita: “Salvini non sei il benvenuto”. L’ordine parte “dall’alto”, dalla Questura. I pompieri lo eseguono. Dai Vigili del Fuoco si passa presto alla polizia e alle irruzioni della Digos direttamente nelle case dei cittadini.

Succede a Salerno dove due agenti della Digos piombano in casa di una signora che aveva osato esporre uno striscione con la scritta: “Questa Lega è una vergogna“, a Bari stessa scena:  «Hanno citofonato di mattina presto – ha affermato – e in un primo momento non ho aperto. Poi, ho visto quattro agenti che hanno aperto con forza la porta del mio appartamento e che sono entrati all’interno: hanno fatto irruzione, li ho trovati letteralmente nelle stanze dei bambini», poi ancora a Milano e a Udine dove la Digos indaga pure su cartelli contro CasaPound mentre a Verona la polizia si limita a filmare gli striscioni, forse perché qualcuno comincia anche a far notare che  violazione del domicilio privato senza l’autorizzazione della magistratura non è proprio una pratica, per così dire, “normale”.

A Carpi, addirittura, un settantenne viene arrestato, ammanettato e trattenuto in questura solo per aver esposto uno striscione da un tetto. Uscirà dalla caserma 3 ore dopo e con una “bella” denuncia per la quale si attinge direttamente alla legislazione fascista, “grida e manifestazioni sediziose” (art. 654 C.P.), una roba del 1930. L’accaduto lo deve riportare Senza Quartiere, un piccolo sito di controinformazione modenese, perché l’informazione locale (in questo blog non ci stancheremo mai di sottolineare quanto sia anch’essa una vera e propria «merda letale» cit.) o non se ne accorge (nella migliore delle ipotesi) o minimizza (nella peggiore) cercando di silenziare il più possibile quanto successo. Informazione e indignazione selettive [sic] e ci vorranno due giorni perché la notizia esca “ufficialmente“.

Certo fa strano, che in un paese nel quale si invoca la “libertà” di sparare e di ammazzare pure “se qualcuno ti entra in casa“, è sufficiente che in città arrivi il Ministro degli Interni, per non essere più libero nemmeno di mettere uno striscione in casa tua. Ma le anomalie non si limitano certo ai soli striscioni.

Prendiamo da qua: “Solo nelle ultime 24 ore abbiamo visto […] un ragazzo schiaffeggiato a 20 centimetri da agenti che fingono di non vedere l’aggressore, la scorta concessa a Forza Nuova per permettere la contestazione – caccia all’uomo nei confronti di Mimmo Lucano. Ancora prima, una coppia era stata trascinata via da un comizio di Salvini e lo stesso ministro era sbottato contro alcuni contestatori, chiedendo alla polizia di tenerli a bada. E poi l’ANPI minacciata, i telefoni sequestrati, l’agibilità politica e l’impunità concesse a Casapound per i fatti di Casal Bruciato, gli antifascisti confinati in un angolo, mentre Casapound banchettava a due metri dalla casa in cui era entrata legittimamente una famiglia rom, poi ancora striscioni sequestrati e finanche un tweet dal profilo ufficiale per rispondere a muso duro a una critica di un cittadino.”

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In Italia abbiamo dunque un capo della Polizia, Franco Gabrielli, che in un’intervista al Corriere, si dichiara infastidito dalle critiche di uno scrittore d’opposizione e rivendica la scelta, piuttosto discutibile, che a rispondergli (cosa mai accaduta prima) sia direttamente l’account ufficiale della Polizia di Stato. Ma non solo.

Nella stessa intervista, sempre dalle colonne del Corriere, Gabrielli affermava che la polizia avrebbe svolto il “proprio compito”, a poche ore da quelle parole, ad un corteo non autorizzato ma scortato ugualmente dalle forze dell’ordine, un militante di Forza Nuova prendeva a schiaffi un ragazzo sotto gli occhi vigili e solerti della stessa polizia di Gabrielli.

Polizia sui balconi, Digos che ti piomba in casa per uno striscione, telefoni sequestrati, risposte stizzite sui social da parte di organismi che gestiscono il monopolio della violenza di Stato, “libertà” e carta bianca concessa a qualcuno, (minacce e intimidazioni comprese), mentre ad altri sono riservate solo botte, manganelli, lacrimogeni e repressione.

Fatti gravi, certo, eppure in qualche modo ancora in linea con una certa “tradizione” del paese, quella che voleva polizia e formazioni fasciste andare d’amore e d’accordo, quasi a braccetto.

Ma, in questo periodo, non proprio tutto rientra nei cosiddetti “tradizionali” rapporti fra le istituzioni, e parliamo di un qulcosa che generalmente viene definito come uno dei principi fondamentali dello stato di diritto, la separazione dei poteri. Non proprio quisquilie insomma.

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In un articolo sempre del Corriere della Sera a firma Fiorenza Sarzanini si apprende dell’ «irritazione» dei magistrati per una procedura definita quantomeno «inusuale». In pratica  abbiamo i carabinieri che avviano indagini autonomamente senza avere alcuna delega e senza informare preventivamente la procura ma comunicando direttamente al ministro Salvini l’attività svolta. Quest’ultimo, riferendo alla Camera, per i fatti di Casal Bruciato parlerà di 17 antagonisti denunciati senza che nessun magistrato mai stato fosse informato preventivamente della cosa. Stranezze.

Poi arriviamo a ieri a Genova, con il quotidiano la Repubblica che per l’occasione riesuma addirittura la parola con la F.. , parola che finora aveva utilizzato solo ed esclusivamente quando i f… si presentarono direttamente sotto la sua sede.

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Un’intera città blindata come non si vedeva dai tempi del G8 solo per proteggere questi 4 fascisti con 8 bandiere.

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L’epilogo è quello previsto dal “tradizionale” copione di questi casi, con i “servitori dello Stato” a distribuire botte, lacrimogeni e arresti per gli antifascisti. “Sfortuna” vuole che, in questo caso, a finire sotto i colpi dei manganelli ci sia pure un giornalista di la Repubblica, solo per questa ragione titoli e i lanci d’agenzia parleranno di “cariche” e non di “scontri“, di un giornalista “picchiato” e non di generiche “tensioni”. Si vede che per la “democratica” la Repubblica solo i giornalisti possono essere considerati come normali cittadini, mentre per tutto il resto del paese questo status è sospeso e i pestaggi e i soprusi dei “servitori dello Stato” sono da ritenersi sempre giustificati quando non direttamente e perennemente legittimi.

È una questione di lessico in fin dei conti e se il Questore di Genova, nel giustificare il pestaggio del giornalista, parla di «carica necessaria per difenderci da chi voleva liberare un manifestante che avevamo preso in ostaggio.» non lo fa di certo a sproposito.

Ma lasciamo che a dirlo sia Enrico Zucca, l’ex pm dell’inchiesta sulla scuola Diaz: «Sono immagini già viste, immagini che riavvolgono il nastro di un film vecchio di 18 anni. Allora sentii parlare di ‘prigionieri’ (stessa espressione utilizzata anche recentemente da questore di Torino) e erano alti funzionari di polizia che parlavano. ‘Prigionieri’, una parola che evoca scenari di guerra, il ‘nemico’. Oggi sento parlare di ‘ostaggi’. E questo rientra in una mentalità. Sì, il pensiero continua a andare al G8. Chi dice che è stata voltata pagina?»

Difficile affermarlo effettivamente, soprattutto quando si fatica a stare dietro a tutti i piccoli e i grandi segnali che questa campagna elettorale ci sta riservando.

In ogni caso, a nostro avviso, gli strumenti più precisi per diagnosticare clinicamente il presente, hanno anch’essi a che fare col lessico (parte sempre tutto dal lessico), e risiedono proprio in quei mondi che, più di tutti, in questi anni, hanno subito tanto un feroce attacco quanto una sistematica manomissione. Vale a dire, il mondo della scuola e quello del lavoro.

Partiamo da quest’ultimo, perché le avvisaglie che arrivano, composte da sequenze scoordinate di fatterelli a primo avviso di second’ordine, sono piuttosto eloquenti.  Piccoli flash di cronaca locale, all’apparenza insignificanti, ma che raccontano tanto se solo riusciamo a porgli le domande giuste, circa la condizione in cui versa ciò che ancora ci ostiniamo a definire “democrazia” e/o verso cosa sta tendendo sempre più apertamente il sistema-politico sociale del paese.

Decoro

A Pomigliano d’Arco, qualche giorno fa, il sindaco vieta l’utilizzo di una sala per un’assemblea del sindacato SiCobas, e fin qua nulla di strano né di clamoroso, ma si sa, è nei dettagli che il diavolo nasconde la sua coda, e in questo caso a parlare sono molto più le motivazioni addotte per il rifiuto della sala piuttosto che il rifiuto in sé. Il sindaco infatti ne vieta l’utilizzo per “motivi di decoro urbano”. Di “decoro”. Vale a dire utilizzando proprio uno dei concetti chiave della politica contemporanea, una parola entrata nella legislazione italiana grazie al decreto Minniti ma che nessuno sa definire tuttavia con precisione senza ricorrere al vago assunto che il decoro è sicurezza e la sicurezza si fonda sul decoro. Il discorso, in ogni caso, lo si comprende meglio spostando l’inquadratura. Andiamo ora a Siracusa dove, nelle stesse ore più o meno e fino al 30 settembre, sarà letteralmente vietato protestare. Esattamente, lo dice un’ordinanza del prefetto, dettata dal nuovo decreto sicurezza (il primo Salvini, ormai non si contano nemmeno più [sic], nell’ultimo si irrigidisce addirittura il testo unico di Polizia del 1931 di epoca fascista!) che vieta nell’area del petrolchimico:  «assembramenti di persone e automezzi» per evitare «ritardi nelle forniture di carburante ai porti e agli aeroporti della Sicilia orientale»«il rischio per la sicurezza degli impianti, che richiedono costante manutenzione e non consentono ritardi agli ingressi» e «il diritto alla libertà d’impresa». E già qua, entriamo nel campo dell’inaudito (non era mai capitato che si assumessero provvedimenti tanto restrittivi  e così limitativi delle libertà civili e politiche) ma, anche in questo caso, ad essere eloquenti sono pure le motivazioni: «le manifestazioni in argomento assumono ulteriori profili di criticità per l’ordine e la sicurezza pubblica, anche in considerazione della ormai avviata stagione primaverile-estiva».

Avete presente le zone rosse, i daspo urbani e la guerra ai poveri e agli attivisti, la «GUERRA TOTALE al degrado urbano» che a fine aprile Salvini annunciava su Facebook? In sintesi, con la scusa del decoro e della stagione turistica, si mette un freno sostanziale, per non dire  altro, a diritti costituzionalmente sanciti.

Saccheggiamo a piene mani dall’ultimo preziosissimo lavoro di Wolf Bukowski:

Il regime del decoro ha a disposizione anche un’altra arma nei confronti di antagonisti e militanti politici, ed è quella della depoliticizzazione autoritaria. Essa opera, da una parte, tramite la subdolo trasformazione mediatica e inquisitoria delle lotte sociali in crimine, in modo anche sottile, come far passare comitati di lotta per la casa per racket impegnati  nella riscossione del pizzo sull’abitare, o rigenerazioni dal basso di fabbriche abbandonate per attività di copertura di crimini ambientali […]

l’immagine della società desiderata dalla polizia di stato: quella di una comunità a-conflittuale e passivamente fedele alle istituzioni, a prescindere dalle scelte che compiono. Tale immagine appare ancora più inquietante se si considera che le idee e le visioni espresse nel volume qui discusso non sono confinate al suo interno: esse costituiscono infatti un patrimonio condiviso da una parte significativa degli apparati di polizia e dei sindacati di settore e trovano diffusione anche in altri ambienti, quali, ad esempio, la magistratura e la stampa mainstream, che spesso le adotta acriticamente nel descrivere mobilitazioni e attori sociali.

La polizia diventa così la politica, e la politica si identifica con la polizia, e questa reductio ad unum è esemplificata – nel salvinismo – dal fatto che il politico più in vista indossi la divisa. *

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E sulla scuola?

 

Se l’atto squadrista (tipo reato d’insegnamento) compiuto sulla professoressa di Palermo è rientrato nel peggiore dei modi, cioè senza un minuto di sciopero, col Ministro dell’Interno che si faceva “conciliante” dopo aver permesso l’orrore più puro e, soprattutto, sena alcuna sanzione verso chi, quell’atto di intimidazione, l’aveva effettivamente compiuto (la sottosegretaria leghista ai Beni culturali Lucia Borgonzoni in combutta con Claudio Perconte del giornale di Casa Pound) portandolo così a segno (ora questa schifosa vicenda lascerà un monito nelle menti dei professori), abbiamo, per quanto possibile, un qualcosa di ancora più tetro e abissale.

«Signori: è tempo di dire che l’uomo, prima di sentire il bisogno della cultura, ha sentito il bisogno dell’ordine. In un certo senso si può dire che il poliziotto ha preceduto, nella storia, il professore…»
Benito Mussolini, discorso dell’Ascensione, 26 maggio 1927.

 

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Abbiamo il disciplinamento che si è fatto ormai pedagogico.

Succede, quando l’aria che spira in un paese da stato di diritto, a poco a poco, si trasformi in stato di polizia, succede quando la voglia di controllo dell’ordine costituito, diventi talmente forte da farlo divenire insegnamento pedagogico, il gioco del poliziotto e del carabiniere che usa scudo e manganello a simulare la repressione del dissenso, succede che dei bambini di 7 e 10 anni di due classi d’una scuola elementare del Nord si vestano da celerini, indossino caschi e scudi del reparto mobile in tenuta antisommossa. Succede questo ai giorni nostri in Italia a Cremona in visita guidata nei giorni scorsi a una caserma dell’Arma dei Carabinieri. (da qua)

Eppure? Eppure è da un po’ che le forze dell’ordine sono penetrate nel mondo della scuola.

Controlli fuori dagli istituti coi cani antidroga ormai vengono visti quasi come una pratica normale e non come un mezzo per inculcare la paura e somministrare dosi massicce d’obbedienza.

A conti fatti, calcolatrice alla mano, effettivamente il terreno sul quale ci muoviamo, i cocci rotti, non sono affatto qualcosa di prettamente inedito e sconosciuto.  I tempi odierni hanno padri relativamente recenti: il decreto Minniti-Orlando, il piano casa di Lupi, il codice condotta ONG, lo sblocca Italia, il jobs act, l’aiutiamoli a casa loro, gli sgomberi a tutto spiano e alternanza scuola/lavoro, non sono morbi troppo distanti. Anzi.

Non solo, la campagna elettorale che si sta per concludere combacia, quasi esattamente, a quella del febbraio/marzo 2018, pensate solo alle immagini delle mobilitazioni bolognesi contro le provocazioni di Forza Nuova…

… o a sovrapporre la vicenda della maestra Flavia Lavinia Cassaro a ciò che è accaduto alla professoressa di Palermo Rosa Maria Dell’Aria.

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A proposito di docenti e di fascismo…. febbraio 2018.. tanto per storicizzare.

Osservare come oggi, alla vigilia di nuove elezioni, ci si strappi le vesti (giustamente) per la professoressa sospesa dal scuola solo perché i suoi studenti avevano paragonato (a ragione) il Decreto Sicurezza alle Leggi Razziali, mentre poco più di un anno fa si invocava giustizia esemplare per la maestra di Torino che aveva osato insultare i poliziotti che proteggevano CasaPound caricando selvaggiamente e a più riprese un corteo antifascista, ci dà il metro della meschina strumentalità che caratterizza la politca ufficiale di questi tempi. Una strumentalità in grado di generare e rigenerare vecchi e nuovi mostri, oggi quantomai feconda. Ma basterebbe anche ricordare come, solo nell’estate del 2017, fosse sufficiente criticare pubblicamente il decreto Minniti per essere denunciati per “vilipendio delle istituzioni” o come i vigili del fuoco venissero già chiamati a staccare le bandiere, vedi ciò che successe a Bologna col pericolosissimo messaggio “I ♥ Xm24”. Insomma, quali sono le vesti che oggi, la gente perbene, i benpensanti, vorrebbero strapparsi presto da dosso e chi le ha fatte indossare, a mo di divisa, sulle spalle dell’intero paese?

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Questo lo ricordate, a proposito di scuola?

George L. Mosse ne “Le origini culturali del Terzo Reich” ci ricordava come: “nella storia del movimento nazional-patriottico a contare non furono mai le effettive dimensioni dei gruppi portatori dell’ideologia, ma piuttosto le istituzioni che se ne lasciarono infettare e lo stato d’animo che essi seppero diffondere e mantenere in vita, in attesa che i tempi fossero maturi**”

Constatare come al tempo stesso, in questa campagna elettorale, le piazze di Salvini abbiano bisogno di robuste dosi di grandangolo e di Photoshop, mentre a un Prefetto non occorra nulla per partecipare a cene di partito o a un  Rettore dell’Università a inviare mail agli studenti per presentare la propria candidatura alle europee nelle file della Lega, la dice lunga sul tipo di anticorpi presenti fra le nostre istituzioni.

27655483_2037562456258039_7210596073376769408_nPiccolo aneddoto significativo. Ricordate la recente crociata di Salvini contro i negozi di cannabis light? Bene, nemmeno il tempo di cominciare che lo zelante questore di Macerata, Antonio Pignataro, fa già chiudere due negozi a Civitanova Marche. E che c’entra, direte voi? Antonio Pignataro venne inviato nelle Marche come uomo di fiducia di Minniti (oggi sembra trovarsi molto bene pure con Salvini) a sostituire in fretta e furia, Vincenzo Vuono, il quale aveva autorizzato la manifestazione antifascista di Macerata (a seguito della tentata strage di Traini) disobbedendo di fatto alla contrarietà dell’ex Ministro degli Interni Domenico Minniti.

Alla vigilia delle ultime elezioni, nel febbraio scorso, avevamo definito ciò che stava succedendo in Italia, dopo la cura Minniti, come una sorta di golpe anomalo

Oggi, con uno Stato di polizia sempre più evidente e conclamato, bisognerebbe avere il coraggio di accettare come tutto fosse già estremamente evidente allora, nel febbraio scorso. Non riconoscerlo, significherebbe ricorrere a uno sforzo d’astrazione tale da non ammetterlo nemmeno qualora un domani venissero abolite direttamente le elezioni. (p.s. in Turchia Erdogan sta già effettuando le prove generali.)

Detto ciò, la domanda che occorre porsi arrivati a questo punto è la seguente: se la “democrazia” che abitiamo è ormai svuotata di ogni contenuto sociale ed emancipatorio e, al contrario, i fascisti sono definitivamente sdoganati, integrati e funzionali all’interno del sistema stesso definito “democratico”, in che tipo di ologramma è stata congelata la “vita democratica” per la quale oggi non si risparmia alcun tipo di strumento repressivo?

 

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*Wolf Bukowski, La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro, Edizioni Alegre 2019
**George L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, Il Saggiatore 2015