Un brót quèl. Modena non sarà leghista ma tra una divisa, un museo e un volantino…

Posted on 2 luglio 2019

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53,4% al primo turno, Modena è salva.

L’avanzata leghista si è fermata a 30.178 voti mente la coalizione amalgamata intorno alla figura del sindaco uscente Muzzarelli ne ha racimolati ben 50.750. «Fiuu!»

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Un risultato eccezionale da condividere con altri due esponenti dal Partito Democratico tardo-maturo: Giorgio Gori a Bergamo e Dario Nardella a Firenze. Certo, l’orrore leghista macina giorno dopo giorno nuovi traguardi fino a pochi mesi prima inimmaginabili, (in realtà prevedibili) e nello strano miscuglio tra la farsa, il grottesco e la ferocia più banale sta spingendo la guerra civile latente e simulata che serpeggia per il paese ad un gradino più elevato. Ad ogni provocazione non raccolta, ad ogni nuova incrinatura nell’ordinamento che non solo formalmente dovrebbe essere in vigore, non adeguatamente controbilanciato da una qualche attivazione popolare, Salvini, i suoi scagnozzi e la loro propaganda criminale guadagnano metri di terreno.

Ed è esattamente questo il punto. Il Pd, il Partito della Nazione, quello coi colori della bandiera piazzati direttamente nel simbolo non è affatto in opposizione alla Lega, se non su un piano tutto formale. Ne è piuttosto un fattore totalmente complementare.  Basti guardare come, su un sacco di argomenti questi partiti esprimano – già ora – posizioni molto simili. Si pensi al Tav ma anche al Tap, alle Olimpiadi invernali ma pure ai Cpr, dalla predilezione pressoché univoca per gli im-prenditori  fino alla criminalizzazione dei lavoratori o di qualsiasi forma anche minima di dissenso. Pure se si scende a livello del locale la situazione non cambia. Basti pensare alle posizioni sul caso Italpizza, alla lobby dell’edilizia e del calcestruzzo, all’idea stessa di città tutta «decoro» e «vetrine» nonché, non ultimo, alla sua gestione manu militari.

Dovrebbero ormai essere lampanti le similitudini, i punti di contatto, le convergenze tra i due partiti più vecchi dell’arco parlamentare. Sarebbe sufficiente oltrepassare la soglia delle «dichiarazioni», del «gioco delle parti» per comprendere come, in sostanza, le politiche portate avanti da questi due contenitori siano essenzialmente le stesse. Tuttavia, anche a Modena, in tanti, in troppi, continuano ancora a credere alla favoletta del «meno peggio», quella che conduce esattamente al peggio! Dunque proviamo maldestramente ad unire qualche puntino che questo primo mese della nuova consigliatura ci ha gentilmente suggerito.

“La divisa è sacra, la divisa non si tocca, la divisa ha sempre ragione.”

…il punto, comunque, è che, almeno per ora, una dittatura non è necessaria al potere. Concorrono a ciò l’atomizzazione di una società in cui la libertà è ancorata e limitata alla scelta di quale possa essere il proprio indebitamento e di dove indirizzare la propria delega, la marginalizzazione e la repressione durata decenni dell’opposizione al suo interno mascherate da pacificazione, la creazione di una memoria nazional/nazionalista vittimista e aproblematica. (Da: Illusione in/divisa.)

In un paese il cui metro di giustizia è ormai: «Se auguro lo stupro va tutto bene, se espongo un cartello con “ama il prossimo tuo” arriva la Digos», dove le Fdo stanno assumendo forme sempre più pretoriane e dove basterebbe farsi un giro ogni tanto tra le notizie di cronaca o sulle pagine dell’Associazione Contro gli Abusi in Divisa per comprendere come il problema sia diventato endemico; il Pd, tanto quello locale che quello nazionale, non perde occasione per rinforzare l’aurea di sacralità che circonda la «divisa», qualsiasi essa sia.

È un po’ come se la «divisa», a un certo punto, fosse diventata senza accorgercene il «corpo stesso della nazione». Una simbiosi le cui metastasi hanno invaso ormai ogni terreno dell’ambito «civile». Così abbiamo, da un lato, il Ministro degli Interni che non perde occasione nell’indossarla, cristallizzando così l’idea di una “tutela” militare “alta” al razzismo, alla xenofobia e agli istinti peggiori che lui stesso fomenta verso “il basso” (c’è arrivato persino Bersani ormai!), dall’altro chi pensa di ribaltare una realtà sullo stesso piano simbolico.

Quando persino l’idea stessa di «cittadinanza» o di contrasto al razzismo (istituzionale e di Stato, ricordiamolo!) deve indossare, per essere trasmessa, per essere considerata “lecita” una «divisa» allora abbiamo non solo il metro del disastro civile che è stato combinato ma anche la certezza che senza parole chiare, di parte, partigiane, qui non si va da nessuna parte, non c’è salvezza e non c’è liberazione.

D-OzKOEWkAAFek8.jpg largeLo ribadiamo, il Pd, opposizione (⇐ perché la sta facendo?) nel paese e maggioranza in città, alla Lega e a questo Stato di cose è assolutamente complementare.

L’indossare la «divisa», il difenderla sempre e comunque, è il passo successivo a ciò che è stato già fatto, in questo paese, con la «legalità». Col suo feticcio, con le sue degenerazioni.

Ma facciamo, un secondo, un piccolo passo indietro per compierne sei in avanti. E facciamolo attraverso le parole di un gigante, purtroppo scomparso, come Luca Rastello il cui ragionamento andrebbe scolpito nei muri delle scuole, tanto risultano attuali le sue parole.

«La legalità è un metodo non un valore. c’è una differenza totale fra un metodo e un valore. Un valore è, per definizione absolutus, assoluto. Obiettivo. Ma se la legalità è un valore, Eichmann ha ragione e Giovanni Pesce è un terrorista. Perchè la legalità in quel momento è quella. Ogni avanzamento storico – che ci piaccia o no – avviene attraverso la rottura progressiva di una legalità. Perchè la legalità è contingente, non assoluta. E le contingenze storiche la rendono ingiusta.» 

E a Modena? A Modena tanto l’andazzo quanto l’atteggiamento dell’attuale, e precedente, amministrazione non si discosta da quello nazionale (apparentemente all’opposizione).

Il diavolo si nasconde nei dettagli e se in città le uniche parole pronunciate dall’attuale (e precedente) sindaco Muzzarelli, in un periodo che ha visto lavoratori scioperare per più di due settimane davanti ai cancelli di Italpizza ricevendo in cambio solo cariche e lacrimogeni (circa 100 a settimana) da parte di questura e forze dell’ordine; se di fronte a tutto questo, le uniche parole del sindaco sono state quelle di ringraziamento al Questore e alle Forze dell’ordine unite alla richiesta (molto leghista) di norme più severe «che rimettono in libertà i responsabili e lasciano esposte le vittime».

«Come si fa in Italia ad andare in galera?» È una frase che ripete spesso anche Salvini ignorando volutamente il fatto che le carceri in Italia scoppiano e dentro vi si muore sempre di più. Giustizialismo, in pieno stile reazionario ma Muzzarelli questo lo sa bene. Copia in piccolo lo stile Salvini, si prende un fatto di cronaca marginale, raccontato con maestria dai soliti pennivendoli della stampa locale, lo si fa proprio, lo si stiracchia, lo si utilizza per domandare pene più severe (a chi poi?) così come, tre anni fa, si domandava che il chiedere l’elemosina venisse trasformato in reato penale. Ricordate? accatt

Ma a Modena, abbiamo forse un sindaco leghista? Se lo domanda esplicitamente anche un certo Fondriest, sostenitore di Minniti, sul giornale online la Pressa. Salvo poi domandarselo per fare una tirata altrettanto giustizialista, come se l’Italia non fosse già un’enorme colonia affetta da un «populismo penale» tra i peggiori.

Così, mentre in città si ospitavano le frecce tricolore, i sindacalisti venivano arrestati, con modalità molto bubbie – un po’ come succedeva ai tempi di «quando c’era LVI» –  i militari (angeli) ricevevano il premio de la bonissima, e il Sap (il sindacato di Tonelli della Lega, quello che a Ferrara difendeva gli applausi agli agenti condannati per la morte di Federico Aldrovandi, per intenderci) ringraziava pubblicamente il sindaco mentre invitava una stampa non ancora sufficientemente imbavagliata sulla vertenza Italpizza a diventare ancora più infame.

Questa, in sostanza, la Modena del Muzzarelli bis il primo mese dopo la rielezione.

E in una città dove i militari «decorano» ormai tutto lo spazio pubblico, da Piazza Grande alla stazione, dalle zone della movida fino ai parchi della città. E in un contesto del genere poteva mai mancare un bel museo che ne rievocasse le antiche gesta?

Così, per caso, sfogliando il Resto del Carlino, si scopre che: «tra i capannoni industriali dei Torrazzi c’è un museo sulla Seconda Guerra Mondiale […] una realtà ‘fai da te’ arrivata a dieci anni circa dalla nascita ad ottenere di recente l’accredito della Regione, mentre è stata avviata la richiesta per quello del ministero. «Qui la politica non può entrare, perché questo luogo è stato pensato solo ed esclusivamente per preservare e condividere la storia, la nostra grande passione.» Tema un pelino pruriginoso, in effetti, il decennio dal ’35 al ’45 ed è per questo che visitando l’Ottavo Reparto…»

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Insomma niente di male, un museo patrocinato dalla Regione, in cui la «politica non può entrare» ma entrano le scuole. La «politica non può entrare» anche se Giulio Verrecchia il professore “in prestito” dell’associazione Asmer e membro del museo è esponente di Azione Universitaria nonché già candidato alle scorse amministrative per Fratelli d’Italia. La «politica non può entrare», poi basta aprire la pagina del museo e andare alla voce ‘Pubblicazioni’ per trovarci un testo sulla X Mas (edizioni Ritter, nota casa editrice neofascista milanese) e un’altro sull’oggetto del desiderio del collezionismo Militaria, l’elmetto da paracadutista tedesco!

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Un museo accreditato nel quale entrano le scuole.

Ma in fin dei conti cosa sarà mai? In città hanno vinto quelli che utilizzano ancora la retorica sulla città Medaglia d’oro per la Resistenza e che per farsi votare hanno giocato persino la carta della necessità di bloccare elettoralmente l’avanzata della destra fascista. Tutto molto bello e generoso. Peccato che, nel mentre, si ripetessero, con modalità molto analoghe gli stessi passaggi con i quali è nata Terra dei Padri («circolo apartitico» [sigh!] che, oggi, a poco più di due anni dall’apertura siede già in Consiglio comunale).

Scrivevamo un paio d’anni fa:

“In fin dei conti contatti e frequentazioni istituzionali a costoro non mancano di certo, che poi si invitino a suonare band nazi-rock che rischiano di richiamare a Modena un buon numero di teste rasate del Fronte Veneto Skinhead non è certo un problema questo per l’amministrazione. Anzi, il patrocinio del Comune campeggia in bella mostra proprio sul manifesto in una delle iniziative “fondanti” Terra dei Padri. Lo scrivono loro stessi nella loro nota di presentazione su Facebook inserendo la conferenza col famoso ideologo di destra Alain De Benoist come una delle attività dalla quale sorge il circolo. In tale ottica non ci si stupirebbe nemmeno se il sindaco Muzzarelli fosse presente addirittura all’inaugurazione, dopotutto all’indomani degli sgomberi del maggio scorso, nascosto dietro al solito paravento della le-ga-li-tàSindaco Pd e Forza Nuova parlavano all’unisono.” 

E se allora ci sbagliammo sulla presenza del sindaco all’inaugurazione di quel circolo, non possiamo non notare come, oggi, l’ex assessore alla Cultura del Comune di Modena Irene Guadagnini, abbia invece officiato, lo scorso aprile, alla cerimonia d’apertura del Centro Documentale dell’associazione Asmer.

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Insomma, in un’immagine, la vecchia giunta chiudeva così il suo mandato.

Quella “nuova”, invece, che riproponeva gran parte dei protagonisti della Giunta precedente (a parte forse la figura più umana di tutta quella precedente, Giuliana Urbelli) avrebbe presentato una nuova voce tra le deleghe degli assessori: la delega al «decoro della città».

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Così, mentre nella vicina Sassuolo, il sindaco leghista rimuoveva dalla facciata del Comune  lo striscione per Giulio Regeni – perché «impolverato» mostrando così, in un mare di banalità, come le politiche per il “decoro” delle città si saldino efficacemente anche al controllo delle opinioni, il Comune di Modena, nella figura di Andrea Bosi ne faceva irettamente una voce del suo assessorato.

Una città piccola, piccola che assomiglia sempre di più, nonostante la facciata, alla Thalburg del lungo saggio William S. Allen.

Sono sequenze scoordinate di fatterelli quotidiani, a volte insipidi a volte irritanti, con rari picchi di accelerazione e di intensità. È soltanto alla fine, quando è troppo tardi, che si comincia a capire che quelle sequenze di piccoli fatti stavano tracciando su un muro, sotto lo sguardo di tutti, le linee di un cruento destino.

Facciamo ancora un breve salto indietro. Scrivevamo, nel settembre scorso:

La città segregata e organizzata spazialmente dalle caratteristiche che assumono le disuguaglianze nell’ambiente urbano non è una città che è stata, prima di tutto, anche descritta e raccontata in questa maniera? Quanti occhi sono stati chiusi da un lato in questi anni, quante cose sono state minimizzate mentre al tempo stesso si smerciavano narrazioni tossiche tra la perenne emergenza sicurezza, le retoriche sul degrado e una sistematica razzializzazione della cronaca spiccia? […] Non si tratta soltanto un problema d’informazione infatti, perché se da una parte abbiamo i Traini, i  Casseri e le aggressioni ormai quotidiane dall’altro abbiamo il razzismo istituzionale veicolato in molti modi. In città aleggia invisibile un clima di perbenismo benestante, di retoriche padronali e di strizzate d’occhio alla demagogia xenofoba senza mai ammetterlo chiaramente – non sia mai – che è come una melassa che ti si appiccica addosso, piano piano, tipo l’umidità. Un manto banale che si indossa così, in maniera burocratica.

Provate, ad esempio, a fare una segnalazione al Comune perché l’erba del principale parco cittadino a fine giugno non è ancora stata tagliata e arriva praticamente alle ginocchia. Vi viene detto che c’è un’applicazione apposta per fare le segnalazioni, si clicca sulla cartina, si seleziona la voce circa il tipo di problema, due righe e si invia. Tra le categorie che si possono scegliere l’unica che riguarda direttamente gli esseri umani è la voce che ti permette di denunciare sulla mappa la presenza di immigrati o nomadi con la stessa facilità con cui si segnala un tombino che non funziona o un divano abbandonato.

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A distanza di una decina di mesi da allora, in un parco specifico della città, il XXII aprile, situato a ridosso del centro ma in un quartiere popolare interessato da mirabolanti progetti di “rigenerazione urbana”, vengono visti dei volantini orrendi, che tuttavia hanno il pregio di tracciare esplicitamente quelle «linee sul muro» condite da un razzismo di fondo nemmeno troppo mascherato, che le politiche securitarie perseguite dal Pd in questi ultimi anni hanno prodotto senza che nemmeno ce ne accorgessimo apertamente. Il volantino in questione, infatti, non è altro che la rivisitazione aggiornata di quest’altro dépliant, del luglio 2014 nel quale alle norme e ai divieti erano affiancati disegnini per bambini. Tagliando con l’accetta, siamo di fronte all’onda lunga, agli effetti di quello strano laboratorio denominato «Città Sicure».

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Documenti ufficiali, targati: Comune di Modena, Ministero dell’Interno, Città Sicura e finanziati dal Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione 2014 -2020.

11 divieti, divisi a metà, tra un italiano infantilizzante e un inglese dal tono intimidatorio. Si tratta, in sostanza, del modo in cui l’amministrazione cittadina, il laboratorio Città Sicura, qualche ufficio comunale o chi per lui, “divulga” i dettami del Nuovo regolamento di polizia urbana del gennaio 2018. La versione definitiva dopo le prime modifiche del luglio 2017, che recepivano le novità introdotte col decreto Minniti, il quale a sua volta, per risultare effettivo, doveva essere armonizzato ai regolamenti di polizia urbana.

La ferocia delle politiche securitarie è un fatto bipartisan ed è il metro su cui si tara il “partito unico” della politica istituzionale italiana contemporanea. 

Il «degrado» che va tanto di moda oggigiorno, infatti, è lo spettro sul quale si fondano le politiche di propaganda del «decoro», quelle che nominano ormai anche gli assessorati accanto a cose tipo welfare (opss non c’è più), lavoro, ambiente, istruzione ecc. Quelle, in fondo, che contribuiscono alla progressiva fascistizzazione della vita urbana. Termine troppo forte?

Mentre, da un lato, diamo uno sguardo alla teca di quest’edicola, dall’altro proviamo a leggere tutti i divieti contenuti nel volantino. Leggiamoli, facendo caso ai toni e al linguaggio utilizzato.

65940316_2320879214615119_5671711898727350272_nÈ VIETATO: 1 Usare gli spazi pubblici come se fossero il bagno di casa tua. Bagnarsi o lavarsi nelle fontane pubbliche non si fa e se proprio ti scappa la pipì… cerca un bagno vero! Meglio prendersi un caffè al bar piuttosto che una sanzione di  € 300.  2 Consumare alcolici su aree pubbliche al di fuori dei locali o oltre il loro orario di apertura. La birretta in compagnia degli amici rischia di costarti fino a  € 300. 3 Disturbare con grida o rumori o, peggio ancora, utilizzare strumenti sonori dopo la mezzanotte; di solito la gente a quell’ora se ne sta già a nanna nel suo lettino, cerca di risparmiare loro brutti risvegli. Ricorda inoltre che due canzoni con gli amici ti possono costare fino a € 150. 4 Alterare o danneggiare l’erba, le piante e gli arbusti come anche dannegiare le attrezzature esistenti (giochi, arredi, segnaletica). Rischi una sanzione fino a  € 300. 5 Lasciare circolare liberamente cani o altri animali fuori dalle aree dedicate. Ricorda che ai cani il guinzaglio va sempre messo e se fa un bisognino, può capitare a tutti, raccoglilo altrimenti rischi una sanzione fino a  € 300. 6 Organizzare una partita di pallone, utilizzare biciclette, pattini o personal transporter sull’erba. L’erba è curata dai giardinieri e una partita di calcetto rischia di costarti fino a € 480. 7 Fare grigliate o colazioni all’aperto al di fuori delle aree attrezzate presenti nei parchi. Il pic-nic con la famiglia è divertente, ma non vale una sanzione fino a € 154. 8 Circolare con veicoli a motore, anche condotti a mano, nelle aree di verde pubblico… E c’è bisogno di dirlo? Anche parcheggiare è vietato! Passare qualche minuto in più a caccia di un parcheggio di sicuro è una scocciatura, ma è anche meno caro di una sanzione fino a € 300. 9 Far volare droni nel parco: il drone, anche se di piccole dimensioni, può essere un pericolo per gli altri se sfugge al controllo; divertiti col tuo drone ma in spazi aperti non frequentati e al di fuori della città.  10 Pescare nei laghetti senza una autorizzazione (l’autorizzazione può essere richiesta alla sede del Quartiere. 11 Dare da mangiare agli animali presenti nel parco.

sochiMa che razza di leggi ci siamo dati se sui prati possono girare le jeep dei militari e non giocarci i bambini?

A Modena nei parchi, le jeep dei militari possono tranquillamente girare sull’erba, rovinarla e lasciare grossi segni del loro passaggio sul verde, però  i bambini o i ragazzi non possono organizzare “una partita di pallone, utilizzare biciclette o pattini pena una sanzione di € 480”.

Senza contare espressioni estremamente infantilizzati come: ”non si fa e se proprio ti scappa la pipì… cerca un bagno vero! Meglio prendersi un caffè al bar piuttosto che una sanzione di  € 300” oppure“di solito a quell’ora la gente se ne sta già a nanna nel suo lettino” le quali ricordano un po’ Salvini quando afferma che «I miei figli sono 60 milioni di italiani»! Un volantino dal tono paternalistico, da “buon padre di famiglia”, disposto a tutto per la salvaguardia della propria posizione e della rispettabilità nella società , un sentimento su cui faceva leva anche Himmler e che non si addice troppo a un volantino del Comune atto a divulgare il nuovo regolamento di polizia urbana! I figli di Salvini e di Muzzarelli vanno a nanna presto!

 

Tuttavia è chiaro che l’italiano bianco non è il principale bersaglio di questo depliant che, non a caso, risulta scritto in due lingue, distribuito nel parco più (passateci il termine) multietnico della città e finanziato dal Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione 2014 -2020. Pensate poi che nell’unica vera voce dove si registra un’espressione come “pericolo per gli altri” non sono previste sanzioni pecuniarie. Forse perché, a far volare i droni presumibilmente sarà il cittadino modenese bianco, medio e benestante mentre a fare il “pic-nic con la famiglia” al parco è più facile che sia il cittadino immigrato, quello che ancora i parchi li frequenta (soprattutto quel parco) e non rimane a casaa consumarsi di TV o di Netflix.

Ma non è finita qua. Se ci riflettete a modo e andate un minimo oltre le righe noterete che in quei regolamenti si vieta di fatto la socialità. E non è un caso se in città gli unici interventi di “partecipazione” promossi e incoraggiati da media e amministrazione risultino essere i «controlli di vicinato». E se tornate un momento, con lo scroll del mouse alla teca dell’edicola, li troverete entrambi, i «controlli di vicinato» e uno stile di vita che ci stanno costruendo intorno sempre più profondamente antisociale e tarato esclusivamente sul metro di un consumo autoescludente e individualizzante.

Come mai proliferano e vengono propagandati così tenacemente i «controlli di vicinato» come misura di partecipazione giudicata perbene e opposta ad altri tipi di partecipazione considerati al contrario dall’amministrazione permale e sanzionati ove possibile?

Perché – e qua torniamo un’attimo all’inizio del testo – perché anche la cosiddetta integrazione deve passare in qualche modo dai perimetri della sicurezza propagandata e dal controllo delatorio per venire accettata prima mediaticamente poi socialmente?

guardiePrendiamo a prestito le parole da quest’articolo: Sulle uniformi e sull’uniformità. La “buona integrazione” come misura di polizia.

“Il nesso tra partecipazione e integrazione non è quindi così stretto come appare. Sussiste soltanto a determinate condizioni. Ossia, in presenza di specifiche modalità di attivazione, contrassegnate da tratti ben definiti. La non conflittualità ne è una caratteristica necessaria: l’attivismo legittimo e riconosciuto non mette in discussione le regole del gioco. Al contrario, una partecipazione che implica la contestazione delle scelte politiche di chi governa equivale a un rifiuto delle regole della vita civile e, quindi, indica una sconnessione dal tessuto sociale. La partecipazione ammissibile, in quanto capace di facilitare l’integrazione, è, insomma, una sorta di “attivazione passiva”: è consentita soltanto se chi la pratica non alza troppo la testa.”

Ecco, cosa ci fa venire in mente tutto questo? Ricordiamo solo che anche l’apartheid era definita come “una politica di buon vicinato” – e l’ideologia del decoro cosa sarebbe in sostanza?  Pensiamoci, ragioniamoci.

Perché, nel mentre, questa follia securitaria (che con la sicurezza non ha nulla a che fare ma ha molto a che fare col propagandare la paura) fatta di perenni allarmi, di telecamere in ogni dove, di controlli di vicinato, di luci di volanti sempre accese, di militari armati per la città e di divieti di giocare nei parchi; questa distopia securitaria andrà avanti, perché funzionale al mantenimento di uno status quo estremamente ingiusto e profondamente pericoloso.

Oggi l’inerzia messi come siamo su un piano inclinato rivolto verso il baratro può condurci solo ad un ulteriore scivolamento verso di esso. E volantini come quelli ritrovati al parco XXII aprile sembrano già ora usciti dalla Thalburg del ’34 di William S. Allen.

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