Anatomie italiche. Il banchiere e il prigioniero.

Posted on 29 maggio 2021

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C’è da chiedersi se qualcuno in Italia creda ancora alla democrazia. Perché ormai è come credere alla fatina dei denti.
Il golpe di fatto è la norma. Il nostro vero sistema di governo.
I golpisti italici non assaltano il Palazzo come gli sciamannati di Trump, non ne hanno bisogno.
Loro sono gia dentro.
Come un patogeno cronico.
Sono connaturati al sistema.

Alessandra Daniele, Gli Aristocazzi, febbraio 2021

Sembra di sentirli vociare tutti assieme, in coro, i parolai che belavano qualche mese fa su quanto fosse keynesiano Mario Draghi, allievo di Federico Caffè e bla bla bla… Sembra di sentirli tutti insieme, ora, mentre il “governo dei migliori” si appresta a sbloccare i lincenziamenti senza uno straccio di riforma degli ammortizzatori sociali.

L’Italia che riparte, secondo il governissimo dell’ex capo della Bce, dovrebbe ripartire proprio da qui: da quei 577 mila possibili licenziamenti stimati da Bankitalia che presto potrebbero diventare anche di più, secondo altre. Una ripresa che coincide con un sostanzioso snellimento occupazionale.

Però, come una sinfonia di unghie che cercano di restare aggrappate in tutti i modi ai vetri, pare di sentirli quelli che parlavano di un “Draghi di sinistra”, quando si ripropongono ricette vecchie di vent’anni in nome della “ripresa” e della “resilienza” (questo termine orrendo preso in prestito dal campo semantico dei materiali e applicato paro paro agli esseri umani, sigh!) cioé si rispolvera il binomio grandi opere e zero controlli, come in un rinnovato flashback alla legge Obiettivo di Berlusconi, quella che l’Autorità nazionale anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone definì senza mezzi termini criminogena.

Il Capitale si ricicla.
I governi si ritingono di verde.
Ma non è ecologismo. È muffa.

E cosa significhi tutto ciò in soldoni lo riassumono molto bene un paio d’articoli (caricati anche qua sopra) nei quali si spiega come le “Semplificazioni procedurali” previste dal governo abbiano un solo scopi ben precisi. “La ratio, in buona sostanza, è aggirare – e di corsa – qualunque ostacolo possa frapporsi alla realizzazione di queste grandi opere, in special modo il dibattito pubblico (obbligatorio in casodi infrastrutture invasive), gli organi collegiali di natura politica e le assemblee elettive: partecipazione, conflitti e trasparenza non so o i benvenuti.” O ancora: “La filosofia è la seguente: velocizzare senza controlli. Pensate che lo Stato investe sui controlli ambientali sull’aria, acqua e suolo solo 13 euro ad abitante mentre per le spese sugli armamenti si arriva a 417 euro. La deregulation presente nel dl Semplificazioni rende possibile demolire e ricostruire gli edifici nei centri storici aumentando i volumi, anche in altezza, degli edifici non rispettando le distanze tra un edificio e l’altro, si favorirebbe così la speculazione immobiliare nei centri storici e il caos consentendo la manomissione dell’identità di quei luoghi: una barbarie!”

E se questi sono gli intenti banditeschi di questo governo di domestici del Capitale – sostenuto, è bene sempre ricordarlo, anche dai voti dei varii “Liberi e Uguali”, degli “Articolo Uno” e di quella Peggiore Destra che è il PD – ciò che accade intanto nel Paese è già di per sé un sintomo eloquente della barbarie criminale prossima ventura.

La funivia di Stresa, i fanghi tossici a Brescia, i braccianti di Latina imbottiti di oppioidi per resistere a turni massacranti, le squadracce di San Giuliano Milanese contro i lavoratori in sciopero davanti alla FedEx, lo sgombero della comunità somala a Firenze, la morte di Moussa Balde nel Cpr di Torino dov’era stato rinchiuso dopo essere stato aggredito e pestato per la strada a Ventimiglia, ennesima vittima di quel regime d’apartheid che oggi l’Italia non solo applica ma invoca, con una ferocia posturale sempre più infettiva e disgustosa. Per non parlare poi dei salari o dello stillicidio quotidiano di morti sul lavoro (più di tre al giorno, 1270 nel 2020, più del doppio di quelli avvenuti in Francia) e della guerra aperta che classi dirigenti sempre più rapaci e criminali stanno conducendo contro la stragrande maggioranza della popolazione.

«Il loop temporale nel quale siamo ancora prigionieri sta collassando in una spirale discendente. Ad ogni reiterazione infatti l’orbita temporale decade, restringendosi, e avvicinandoci all’implosione finale.»

Alessandra Daniele, febbraio 2012

In Italia è tornato il fascismo scrivevamo solo un paio di mesi fa osservando le prime mosse del governo Draghi. In realtà, ciò che volevamo sottolineare è quanto quest’ultimo fosse ancora una presenza tutt’altro che marginale o di cornice perché, poco ci si bada, ma oggi sono ancora tanti i portati della dittatura giunti praticamente intatti fino a noi, a cominciare da quel codice Rocco che impregna tutt’ora, dopo novant’anni, il codice penale italiano.

D’altro canto, con quali altri termini si potrebbe riassumere un’attualità nella quale sussistono ancora squadracce assoldate per far abbassare la testa ai lavoratori in sciopero con il beneplacito delle cosiddette fore dell’ordine o dove, senza aver compiuto alcun reato, si può essere rinchiusi dentro a recinti di morte e deportazione come i Cpr? Lo chiamano “trattenimento amministrativo” ma si mette in atto con gabbie, militari e filo spinato e sono già cinque i morti di Stato prodotti da questi moderni lager a distanza di pochi anni dalla loro riapertura, voluta – ricordiamolo sempre – dal “democratico” Minniti e decretata dai suoi sodali del cosiddetto “centro-sinistra”.

Forse qua sopra, la diagnosi, la si fa un po’ troppo semplice ma quando sono i tentacoli stessi di un regime come quello fascista – che sulla carta dovrebbe essere stato sconfitto da più di settant’anni e che “non tornerà mai più”, come amano ripeterci a più riprese dai loro giornali le grandi firme della classe intellettuale italiana – ad allungarsi in maniera così capillare e incisiva all’interno della quotidianità di oggi, allora forse qualche dubbio in più dovrebbe sorgere. Dopotutto, se siamo anche ciò che facciamo, come altro si dovrebbe considerare uno Stato che, novant’anni dopo, continua a repreimere ed incarcerare non solo la criminalità comune ma anche il dissenso nonché le istanze politiche e sociali con gli stessi strumenti utilizzati durante la dittatura? Quante sono oggi in Italia le persone colpite per la loro attività politica dal manganello penale contenuto nel codice Rocco?

Migliaia e migliaia (solo in provincia di Modena si contano già oltre 400 lavoratori a processo per gli scioperi nei varii comparti produttivi), volumi che tuttavia nemmeno sfiorano l’immaginario del cittadino medio che molto spesso nemmeno ne è a conoscenza, perché la repressione in Italia è un aspetto che deve mantenere una dimensione del tutto privata, lontana il più possibile dai riflettori e dal pubblico dibattito, o almeno da ciò che ne rimane.

Per comprendere tuttavia quanto possa ancora essere articolato e profondo il portato del regime fascista nell’Italia del 2021 occorre, a nostro avviso, ridurre il campo e zoomare su una particolare incrostazione della dittatura rimasta intatta fino ai giorni nostri e inquadrare a modo cosa si nasconde dietro ad un forte pre-napoleonico situato alle porte di Castelfranco, proprio a ridosso della via Emilia.

È in questo “Forte Urbano” della prima metà del ‘600, infatti, che è stato portato e rinchiuso nuovamente Belmonte Cavazza, uno dei cinque firmatari dell’esposto per la morte di Salvatore “Sasà” Piscitelli e testimone di aspetti rilevanti circa la strage del carcere di Sant’Anna dell’8 marzo scorso. Ma cos’è esattamente la struttura nella quale è stato trasferito appena pochi giorni dopo essere stato scarcerato per aver scontato la sua lunga pena detentiva?

Si tratta di un luogo abominevole denominato Casa di Lavoro o Colonia agricola, ennesimo retaggio degli anni ’30 approdato ancora completamente intatto fino ai giorni nostri, nell’Italia del 2021. Si tratta di luoghi (pochi fortunatamente) nei quali si può ancora essere rinchiusi per tutta una vita – “ergastolo bianco” – pure dopo aver scontato per intero la propria condanna in carcere e solo perché ritenuti soggetti “socialmente pericolosi”. Sono lager al pari dei Cpr nei quali vengono sepolte persone dichiarate “delinquenti abituali”, “delinquenti professionali” o “delinquenti per tendenza”. Strutture che il codice penale fascista tutt’ora in vigore definisce misure amministrative di sicurezza.

Sono luoghi invisibili nei quali, fino al 31 gennaio di quest’anno, erano ristrette totalmente 335 persone, come segnalato da un recente seminario riassunto in quest’articolo:

La casa di lavoro e la colonia agricola erano state pensate, nel clima politico e culturale degli anni Trenta del secolo scorso, come mezzi per raddrizzare, attraverso il lavoro forzato, quelle persone per le quali la pena non era ritenuta sufficiente. Passato quasi un secolo, le misure di sicurezza sono ancora là, “ruderi mal collocati e che continuano a far danno”, come le ha definite Franco Maisto. Le misure di sicurezza contrastano con i principi garantisti affermati dalla Costituzione perché non sono diverse, nella sostanza, dalla pena detentiva, e in molti casi realizzano una forma surrettizia di ergastolo.

E se persino su un quotidiano di destra come il Giornale il registro utilizzato nel descrivere queste strutture è tra l’incredulo e l’indignato, allora forse ci troviamo veramente di fronte ad un qualcosa di abominevole:

É il lato meno raccontato della realtà carceraria italiana: il mondo degli “internati”, uomini e donne che la giustizia ha deciso di considerare pericolosi. Non sempre hanno subito un processo. D’altronde un processo può accertare, o tentare di accertare, se un tal reato è avvenuto, e chi lo ha commesso, e si basa per questo su elementi oggettivi: un tabulato, un video, un dna, una testimonianza.

Ma quale prova o indizio potrà mai accertare se un uomo è pericoloso o innocuo? Il suo passato è sufficiente a predire il suo futuro? Eppure ci sono incensurati che compiono delitti terribili, e vecchi criminali che non farebbero più male ad una mosca. Così, inevitabilmente, le liste degli internati vengono stilate in base a impressioni del giudice di turno. L’intero, poco noto, capitolo del codice penale che prevede queste misure stupisce, prima ancora che per le conseguenze, per il suo linguaggio. Del codice del 1930, firmato da Vittorio Emanuele III, da Mussolini e dal ministro Alfredo Rocco – tuttora in vigore – questa dedicata alle “misure di sicurezza detentiva” è la parte che racconta maggiormente il clima autoritario in cui è nato, figlio di culture giuridiche in cui si puniva non il reato ma la persona.

Così gli articoli pretendono che il giudice si spinga nei meandri dell’animo umano, scrutando “una speciale inclinazione al delitto, che trovi una sua causa nell’indole particolarmente malvagia del colpevole” (articolo 108). Roba in cui si sente l’eco ottocentesco delle teorie di Cesare Lombroso, quello che misurava crani e sezionava cervelli alla ricerca delle malformazioni che rendono criminali “per inclinazione”.

Eppure è tutto ancora in vigore.

E pensare che fino a pochi anni fa, due delle quattro strutture di questo tipo ancora presenti in Italia, si trovavano entrambe proprio in provincia di Modena, della “democratica” Modena. Con la chiusura di Saliceta San Giuliano, nel 2012, quella di Castelfranco Emilia è rimasta l’unica Casa Lavoro del Nord Italia. In realtà, quante siano effettivamente le strutture che attualmente in Italia ospitano internati in questo particolare regime di detenzione non è dato saperlo. Lo dice espressamente anche un paper giuridico recente, di fine 2020:

Attualmente, dopo la recente chiusura della Casa di lavoro di Favignana, sembrano (non è facile l’accertamento, il Ministero della Giustizia non fornisce un elenco completodegli istituti o sezioni che ospitano internati per l’esecuzione della misura di sicurezza Casa di lavoro/Colonia agricola) esistere solo 3 istituti dove scontare la misura di sicurezza in questione. L’unico istituto denominato “Casa di lavoro” è quello di Vasto, cui si aggiungono una sezione di Casa di lavoro presso la Casa di reclusione di Castelfranco Emilia, e una sezione, unica ad essere denominata Colonia agricola, presso la Casa di reclusione di Isili, in Sardegna.

Ma torniamo per un attimo a puntare gli occhi esclusivamente su Castelfranco Emilia, perché è qua che è stato rinchiuso Belmonte Cavazza il 23 aprile, appena 4 giorni dopo la sua scarcerazione. In questo caso, ad esempio, siamo di fronte ad una misura amministrative di sicurezza che potrebbe essere anche legata al fatto che, Belmonte, è uno dei cinque testimoni della morte di Piscitelli e che forse, più che di un individuo “socialmente pericoloso”, in questo caso si sta parlando di un “testimone potenzialmente pericoloso”. Senza contare il dettaglio che vede la direzione della struttura in cui è attualmente rinchiuso, la casa di lavoro di Castelfranco, in mano alla stessa persona che dirigeva il carcere di Sant’Anna al momento della strage.

Prendiamo e citiamo da brughiere.noblogs.org :

Durante la seconda guerra mondiale il Forte urbano di Castelfranco Emilia fu un luogo di prigionia (casa lavoro) fascista, scenario nel ‘44 di esecuzioni nei confronti di partigiani, antifascisti, disertori alla leva.

La storia a venire non ha riservato a quel luogo un’infamia minore, considerati alcuni dei soggetti che ci hanno messo le mani in pasta.

Nel 2005, vi nasceva la colonia agricola penale per persone tossicodipendenti, la cui gestione veniva affidata, per volere del ministro Castelli, all’associazione di Andrea Muccioli, della Comunità di San Patrignano. Fu sponsorizzata da Carlo Giovanardi e inaugurata alla presenza di Gianfranco Fini, come un nuovo fiore all’occhiello. Il Forte urbano veniva quindi ad assumere due funzioni, quella di casa lavoro per l’esecuzione delle misure di sicurezza degli internati e quella di casa di reclusione a custodia attenuata per detenuti tossicodipendenti. Nel 2017, la gestione interna delle serre per il lavoro agricolo fu affidata a Caleidos, la cooperativa nota per la sua egemonia nel modenese in particolare nella gestione di canili, gattili e centri di accoglienza per richiedenti asilo, descritti dalle stesse persone che li hanno attraversati come luoghi di prigionia, controllo e sfruttamento. Nel 2020, a mettere le mani in pasta nel business legato alla casa lavoro è la cooperativa modenese L’Angolo, a cui è affidata la gestione della lavanderia industriale (così come al Sant’Anna). La cooperativa è nota alle cronache perché, anch’essa nel business dell’accoglienza, dava da mangiare ai migranti che vivevano nelle sue strutture cibo avariato e mordicchiato da ratti che, insieme alla muffa, invadevano letti e stanze.

Ma arriviamo al 2021. A ricoprire l’incarico di direttrice del Forte Urbano di Castelfranco Emilia è Maria Martone, la direttrice pro tempore ai tempi della rivolta nel marzo 2020 – e tutt’ora in forze – del carcere Sant’Anna di Modena. Recentemente è stata elogiata dal Sappe per gli sforzi da lei compiuti nel ripristino e ricostruzione del carcere cittadino dopo la rivolta.

Proprio a proposito di quest’ultimo punto,è bene fare un passo indietro, e ricordare quanto recentemente avvenuto. La risposta immediata dello Stato alle rivolte nelle carceri del marzo 2020 fu una strage di 14 morti tra le persone detenute.

Nel dicembre scorso, cinque tra i detenuti che erano stati trasferiti da Modena ad Ascoli Piceno dopo la rivolta al Sant’Anna, presentarono un esposto alla Procura di Ancona, in quanto testimoni della morte di Sasà Piscitelli nel carcere ascolano. Testimoniarono degli spari, dei pestaggi delle guardie e della mancata assistenza medica prima dei trasferimenti nel carcere Sant’Anna di Modena. Uno di loro è proprio Belmonte.

Pochi giorni dopo, con il pretesto ufficiale di dover essere sentiti dalla Procura di Modena, i cinque furono riportati in quel luogo di strage e tortura. Furono rinchiusi in una stanza liscia, al freddo, con le finestre rotte e privati della possibilità di mettersi in contatto con i propri cari: fu evidente a tutte/i il carattere intimidatorio e di ritorsione che ebbe quel gesto.

Si mobilitarono in molte/i e in breve tempo, la solidarietà fu ampia: dopo qualche giorno furono infine trasferiti altrove, ciascuno verso una diversa destinazione penitenziaria. Dopo diversi giorni, si venne a sapere che Belmonte era stato trasferito a Piacenza, dove a febbraio la magistrata di sorveglianza di Reggio Emilia, su richiesta del carcere di Piacenza, gli notificava il provvedimento di censura di tre mesi sulla corrispondenza.

Oggi a pena finita, si trova internato nella casa di lavoro di Castelfranco, la cui direzione è in mano alla stessa persona che dirigeva, all’epoca dei fatti raccontati dall’esposto, il carcere di Sant’Anna. Non dimentichiamo che nell’inchiesta della Procura modenese sulle morti al Sant’Anna, questa stessa direttrice ha affermato che tutti i detenuti, prima dei trasferimenti, avevano ricevuto assistenza medica presso il presidio sanitario allestito nel piazzale. Peccato che durante e dopo questi trasferimenti, altre 4 persone perderanno la vita. E altre 5 la perderanno proprio dentro il suo carcere.

Nonostante le minacce, le ritorsioni, i pestaggi, le violenze fisiche e psicologiche e i decenni passati dentro le galere il 27 aprile, Belmonte faceva sapere tramite lettera di aver “intrapreso uno sciopero della fame perché da diversi anni mi tengono sequestrato dallo Stato italiano e quindi non ho altre vie per protestare contro questo abuso di potere che ha il nostro ordinamento penitenziario in Italia, mi trattengono con delle normative di Benito Mussolini e poi festeggiano la liberazione dal fascismo…”.

Ad oggi non è stato ancora possibile ricevere notizie sulle sue condizioni di salute e se ha proseguito lo sciopero.

Qui l’indirizzo per scrivergli:

Belmonte Cavazza

via Forte Urbano, 1

41013 – Castelfranco Emilia (MO)

Insomma, in questo maggio 2021, alla vigilia dei 90 anni dall’entrata in vigore del codice Rocco (a luglio) ci troviamo di fronte a luoghi, più e più volte messi in discussione anche per via istituzionale, ancora completamente in funzione ed in grado di inghiottire, tutt’ora, anche i testimoni di una strage, nel silenzio e nell’indifferenza più totale.

Lo scorso anno occorsero più di dieci giorni prima che l’Italia riuscisse a dare un nome a quelle tredici persone decedute durante e dopo le rivolte carcerarie del marzo 2020. Oggi, dopo più di un anno, le 9 vittime della strage del carcere di Sant’Anna hanno trovato un volto. E sia i primi che i secondi non sono di certo stati resi noti da una qualche “istituzione democratica” ma sono piuttosto il frutto del lavoro (questo sì realmente democratico) di pochi, pochissimi professionisti dell’informazione che ancora resistono in un Paese sempre più inquadrato, fasciato sarebbe meglio dire, intorno al verbo del potere. Un Paese che, mentre tenta, per legge, di riscrivere la propria storia, continua a chiudere entrambi gli occhi su quanto accaduto nel marzo scorso all’interno delle carceri, come se che tanto il destino di Belmonte Cavazza quanto quei volti presi e pubblicati su un giornale della città, fossero giusto spettri e non turbassero in alcun modo il sonno profondo della “sincera e democratica” società modenese. Specchio di un male molto più profondo e generale che sta investendo l’intero Paese.

Il 7 giugno a Modena il gip Andrea Romito deciderà sulla richiesta d’archiviazione presentata in tutta fretta dalle pm Lucia De Santis e Francesca Graziano sulla strage dell’8 marzo al carcere di Sant’Anna. Quel giorno si terrà un’udienza molto importante nella quale l’avvocato Luca Sebastiani, l’associazione Antigone e il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute, tenteranno di opporsi ad un Procura della città che vorrebbe il caso chiuso e quella strage definitivamente archiviata come acqua passata.

Esattamente come si faceva sbrigativamente un tempo, sotto un altro regime, in un’altra epoca…