Ci pisciano in testa e ci dicono che piove

Posted on 6 maggio 2021

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«Quel che si profila in Grecia è un nuovo mondo».

Mario Draghi, Wall Street journal, 2012

«Se dovessimo dirla in una parola sola oggi 28 aprile si chiude la storia del Novecento italiano e probabilmente si chiude anche una fase della storia europea».

Carlo Bonini, vicedirettore di la Repubblica, 28 aprile 2021.

“Esiste un filo rosso che lega fenomeni a prima vista eterogenei come la criminalizzazione del conflitto sociale, la repressione delle rinate lotte operaie, la delegittimazione della rete di soccorso e accoglienza dei migranti e molto altro ancora?” si domandava Livio Pepino, qualche giorno fa dalle pagine de il manifesto, in vista di un convegno dal titolo pittosto eloquente: «Pensiero unico, dissenso, repressione»

“Sì, esiste. E sta nel crescente tentativo dello Stato, nelle sue diverse articolazioni, di rimuovere con la forza i problemi che non sa o non vuole risolvere” era la risposta; e forse, queste parole, sono esattamente le coordinate del nuovo baratro che si sta aprendo di fronte a noi dopo questo crudele aprile appena trascorso.

Dopo mesi d’attesa, lunedì scorso, alle 14, cioé appena qualche ora prima dell’inizio delle discussioni in aula, è approdato in Parlamento il testo definitivo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, cioé di quel progetto economico e di riforme strutturali (Recovery Plan) da 248 miliardi che ipotecherà il futuro del Paese e il nostro per gli anni avenire. Nelle 24 ore successive sia Camera che Senato approveranno il documento praticamente a “scatola chiusa” e senza alcuna discussione. Così, ad un tratto, a fine aprile, di potenziamento del trasporto pubblico locale (avete provato a prendere qualche treno in questi giorni?), di finanziamenti all’istruzione, alla sanità, di tutela dell’ambiente o degli impatti sociali della crisi, cioé di tutto ciò di cui da mesi si provava a discutere timidamente nel pieno della pandemia non c’è più traccia mentre tutte le strategie sono affidate ad un Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza approvato praticamente all’unanimità da deputati e senatori che non hanno avuto nemmeno il tempo di leggerlo per intero.

Si potevano imboccare due vie diametralmente opposte per affrontare le sfide poste in essere dal Covid-19 nonché la crisi sistemica che la pandemia aveva contribuito a disvelare: o un secco cambio di rotta rispetto al modello neoliberista, quello tutto mercato, privatizzazioni, settoro pubblico ridotto ai minimi termini ed estrattivismo sia sociale che ambientale oppure un’accelerazione e un’ulteriore integrazione dello stesso modello dentro il quadro di un capitalismo sempre più autoritario e mortifero.

La strada intrapresa dal governo Draghi è chiaramente la seconda. Al di là del giubilo che la maggior parte dei media ha riservato a questo fantomatico Recovery Plan, presentato come una panacea per tutti i mali, come una sorta di New Deal italico che lievitava di giorno in giorno almeno quanto la fumosità del suo contenuto e degli accordi vincolanti con Bruxelles che ne condizionavano l’erogazione, sembra piuttosto che, sotto sotto, questo sia l’ennesimo espediente attraverso cui implementare un certo tipo d’archiettettura europea, allineando ancora di più le politiche nazionali all’ortodossia neoliberale dominate.

E che l’impianto ideologico di fondo di questo nuovo Piano Nazionale “resiliente” sia sostanzialmente lo stesso che ci ha portato fin qui, ad un sindemia che accentua le disuguaglianze implicando una relazione tra la malattia e le condizioni ambientali o socio-economiche, lo riassume bene Marco Bersani su La città invisibile:

“Forse basterebbe liquidare l’intero PNRR con un unico dato lessicale: nelle 337 pagine del piano le parole “competizione” e “concorrenza” ricorrono 257 volte, la parola “diseguaglianze” 7 volte.

Di fatto, l’intero Piano, dentro il quale, sempre secondo il Presidente del Consiglio, “non ci sono solo numeri e scadenze, ma le vite degli italiani e il destino del Paese” è fortemente ancorato all’impianto della dottrina liberista, per la quale il pubblico deve mettersi al servizio dell’economia di mercato, dalla cui competitività si misura il benessere del Paese.”

Senza contare, come ha notato Luigi Pandolfi su il Manifesto, che «I Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza sono innanzitutto piani di riforma» come scritto direttamente nell’ultimo capitolo del documento e l’assioma esplicitato nel PNRR è che concorrenza e l’efficienza «possono anche contribuire a una maggiore giustizia sociale».

Così, mentre da un lato per il “rilancio” e la “ripresa” del Paese si ritirano fuori vecchissime follie anacronistiche del calibro del ponte sullo stretto di Messina, sul piano del quotidiano sembra che, dopo un anno di pandemia, nemmeno ciò che dovrebbe essere considerato come ordinaria amministrazione sia più così scontato. Tanto dove non arriva lo Stato arriva il mercato, no? Si chiama «promozione e la tutela della concorrenza», fattori che «possono anche contribuire a una maggiore giustizia sociale», n’est pas?

Là dove fino all’altro giorno si parlava di potenziamento del trasporto pubblico locale ora abbiamo un sostanzioso finanziamento a nuove linee ad Alta Velocità che non miglioreranno di certo la vita e le tasche dei pendolari ma che sicuramente faranno la fortuna dei soliti grandi gruppi del cemento e del tondino. Là dove si scrive “transizione ecologica”, invece, si legge “finzione ecologica” e non lo affermiamo certo noi ma un’organizzione abientalista come Greenpeace affiancata nella dura critica al PNRR pure da WWF e Legambiente. Sulla scuola – quella strana cosa “dalla quale ripartire” sempre secondo il timido dibattito pubblico sviluppato dopo oltre un anno di pandemia – stesso discorso di fondo e logica neoliberale: una scuola-impresa, immersa nelle leggi di mercato e intesa sostanzialmente come l’anticamera del mondo del lavoro in una sorta di riserva di caccia per industria e terzo settore. Al capitolo sanità andranno invece 20 miliardi, mentre Speranza – il ministro per il quale la “sinistra” perbene del Paese ha raccolto firme e petizioni – fino a pochi mesi, fa ne chiedeva almeno 68.

Ora facciamo un passo indietro e torniamo per un attimo a metà della settimana scorsa. Mentre persino l’opposizione a una misura odiosa e totalmente inefficace in chiave sanitaria come il coprifuoco veniva lasciata in mano alla destra di Salvini che la declinava chiaramente in salsa di mercato «per poter andare al ristorante» e non certo in chiave di diritti basilari, il governo guidato dal professor Draghi passava all’incasso. Il 27 aprile, Camera che Senato approvavano senza alcuna discussione un Recovery Plan che sembrava fatto apposta per ridisegnare infrastrutturalmente il Paese e riconvertirlo, ancora una volta, verso i nuovi asset dell’ortodossia neoliberale, amazzonizzando il mondo del lavoro e spingendo forte verso una “transizione digitale” della quale non si intravedono ancora del tutto rischi e sfumature, la cui pretesa di “immaterialità” potrebbe tradursi molto presto in rovesci materiali enormi (piccolo esempio). Lo stesso giorno, il ministro parafulmine della pandemia Roberto Speranza, passava indenne la mozione di sfiducia al Senato per la gioia della “sinistra” perbene del Paese a cui, a quanto pare, questo governo d’ammucchiata con la Lega non dà alcun fastidio.

Ad una popolo sempre più ignaro e disorientato invece il governo Draghi offriva il proprio trofeo di caccia: dieci persone tra i 66 e i 78 anni di età catturati per reati commessi tra i 50 e i 40 anni fa, mostrati al pubblico come in uno spettacolo circense per ricompattare la maggioranza, lanciare loschi avvertimenti verso chiunque osi alzare la testa o contestare l’operato del “governo dei migliori” ed offrire alla cosiddetta pubblica opinione un osso ben visibile sul quale sfogare ogni malcontento e frustrazione. Mentre, in quelle stesse ore, in controluce, nessuno badava più ai manganelli della polizia che aprivano le teste dei lavoratori di Alitalia in protesta a Roma o dei 300 licenziati alla TNT/FedEx di Piacenza.

In assenza di prospettive di intervento credibili rispetto alla crisi sanitaria e con un Recovery Plan che sembra sempre di più riesumare le vecchie ricette del passato per nutrire e oliare i soliti noti, il governo Draghi ha estratto dal cassetto l’arma della distrazione di massa. Mentre gli ex Nar, riconosciuti quali esecutori materiali dell’attentato della strage di Bologna, potevano sedere tranquilli tranquilli nel comitato elettorale di Emma Bonino, mentre in quegli stessi giorni, nel disinteresse più totale delle grancasse mediatiche, il Tribunale di Bologna ricordava come il Sisde fosse a conoscenza di quell’attentato, si arrestavano 7 rifugiati politici per brandirli come trofei di guerra.

Un monito verso qualsiasi potenziale nuova espressione di dissenso con un sottotesto che avverte: «non osate ribellarvi perché vi perseguiteremo per tutta la vita», nonché una ghitta occasione di revisionismo storico. Da manuale, ad esempio, questa ricostruzione di quegli anni uscita sulla Gazzetta di Modena nella quale, con piccoli artifici di linguaggio, sembrava quasi che la strage di piazza Fontana, le bombe sull’Italicus, in piazza della Loggia, alla stazione di Bologna e sul rapido 904 le avessero fatte le Br. Pinelli non veniva nemmeno menzionato mentre il terrorismo nero era citato di sfuggita all’inizio – “è un tributo pesantissimo quello pagato dall’Italia al terrorismo rosso e nero” – per poi sparire completamente dall’elenco dei fatti e delle stragi. Una fotografia perfetta dello stato di salute della stampa italiana, ultima in Europa per libertà d’informazione!

Ma forse, il succo di questa richiesta d’estradizione per gli esiliati politici in Francia, lo coglie molto bene un pezzo su Infoaut titolato «Ombre rosse», nubi scure, che ha il pregio di alzare lo sguardo oltre lo stantio chiacchiericcio del confine italico per gettarlo per u attimo su un paese accanto al nostro, la Francia, che nel silenzio generale ha appena varato una legge, la cosiddetta “loi de sécurité globale”, che di fatto la accomuna alla Turchia di Erdogan più di quanto saremmo mai stati disposti a credere.

Così, in piena pandemia, mentre la “riserva democratica” Draghi sta per varare il Pnrr, ci sono tensioni dentro la maggioranza di teatranti che lo sostiene ed il consenso verso il suo governo è in caduta libera ecco che in soccorso viene l’amico Macron con un petit cadeau, un po’ come fu con il caso Battisti per Salvini e Bolsonaro. Scambi tra autocrati, sulla pelle di protagonisti di vicende concluse da decine di anni. Nessuna volontà di giustizia, soltanto una manciata di visibilità sui maggiori quotidiani che ne approfittano per esporre il solito mercatino di una retorica, quella sugli “anni di piombo” che ormai è così consumata e contradditoria da finire in seconda pagina inesorabilmente in fretta.

Solo uno spot dunque, una versione low budget europea de “La regola del silenzio”? No non solo perché collateralmente questa vicenda ci mostra come si è evoluto il dibattito su quegli anni, ma più in generale sul conflitto sociale all’interno delle istituzioni, dei media e della società civile nel nostro paese. O meglio come è regredito questo dibattito, rischiando di diventare lettera morta sulle cattedre di qualche accademico. Lo si nota dai titoloni di ieri che annoverano ancora come “brigatisti rossi” ex militanti di svariate organizzazioni rivoluzionarie, che nel panorama di quegli anni rappresentavano ipotesi ed opzioni differenti. Gli anni ’70 restano una melassa antistorica di luoghi comuni utilizzata come spauracchio nei confronti di ogni singola lotta sociale in questo paese. I parallelismi ormai vengono redatti con il pilota automatico.

Il modo di “regolare i conti” con quegli anni da parte dello Stato è semplicemente non farlo, per tenere aperta il più possibile la narrazione di un pericolo terroristico dietro l’angolo. Si tratta di esorcizzare la possibilità del conflitto sociale (di qualsiasi conflitto sociale, non solo quello armato) come costruzione di un itinerario diverso da quello dello stato di cose presenti. Non è un caso che questo tipo di esorcismo arrivi al suo culmine proprio oggi, mentre una pandemia globale ci mostra la decadenza in cui versa la nostra cosiddetta civilizzazione.

E se alle nostre latitudini, in assenza di conflitti sociali di vasta entità, un discorso del genere appare parossistico, utile solo per nutrire la pancia reazionaria di alcuni bacini elettorali, oltralpe questa strategia è ben più chiara.

A fronte degli ultimi ed importanti cicli di mobilitazione che hanno coinvolto la Francia la mossa di Macron è un tentativo di consolidare quella retorica dell’islamogauchisme che prova a mettere in un unico pentolone terrorismo islamico e conflitto sociale per sostanziare la reazione securitaria dello Stato.

In fondo ha ragione Carlo Bonini di Repubblica quando dice che gli arresti sono figli “di un nuovo clima politico in Europa”: le nubi gonfie della reazione preventiva.

Nessuna crisi può essere sprecata, quanto a esercizio del controllo e ovunque persistano “problemi” sociali che lo Stato non vuole o non può più affrontare fino in fondo, ecco che arrivano le tecniche della repressione e della penalizzazione a soffocarli o a renderli del tutto invisibili. Esattamente ciò che affermava Livio Pepino, su il manifesto:

Esiste un filo rosso che lega fenomeni a prima vista eterogenei come la criminalizzazione del conflitto sociale, la repressione delle rinate lotte operaie, la delegittimazione della rete di soccorso e accoglienza dei migranti e molto altro ancora? Sì, esiste. E sta nel crescente tentativo dello Stato, nelle sue diverse articolazioni, di rimuovere con la forza i problemi che non sa o non vuole risolvere.

C’è un enorme paradosso che riguarda la nostra epoca e che continua a riprodursi nonostante le sembianze di un elefante nella stanza. Per anni e anni, più o meno da quando è iniziata la controrivoluzione neoliberale negli anni ’80 del secolo scorso, quella che ha portato ad una progressiva distruzione delle conquiste sociali raggiunte durante i “trenta gloriosi” (non a caso, periodo storico sul quale si accanisce ancora oggi la vendetta dello Stato) abbiamo sentito ripetere il mantra che quest’ultimo sarebbe dovuto dimagrire. Che lo Stato cioé in economia avrebbe dovuto sparire, farsi da parte, levare “lacci e lacciuoli” e lasciare campo libero alle forze del mercato, forze di mercato che si autoregolano, immensamente più efficienti e, perché no, che «possono anche contribuire a una maggiore giustizia sociale» – tanto per riprendere una recente espressione di Mario Draghi sul Recovery Plan. Ecco, non è esattamente così, come ricorda anche Marco D’Eramo nel suo ultimo libro Dominio in un passaggio che bisognerebbe tenere sempre in mente:

Tanto per cominciare: tutta la controrivoluzione neolib è stata combattuta per rendere lo stato più frugale, per “affamare la bestia”. Il risultato però è stupefacente: dopo cinquant’anni di neoliberismo sfrenato, il risultato è che lo stato è più importante che mai. Come scriveva l'”Economist” nel suo dossier, “le prime dieci società petrolifere e di gas del mondo, misurate per le loro riserve, sono tutte di proprietà degli stati”. Società statali che si comportano come ditte private, ma le cui leve di comando sono pur sempre in mano alla politica. Ed è agli stati che la finanza deve ricorrere per imporre le “riforme strutturali” richieste dai creditori ai paesi debitori, cioé per imporre privazioni ai propri cittadini. Sono gli stati, non i mercati, che gestiscono le recessioni, le pandemie, le crisi sociali.*

Allora la domanda dovrebbe essere: in che cosa si sta trasformando uno Stato che affronta i problemi più per conto del mercato che in nome dei propri cittadini? Che tipo di opere e di azioni metterà in campo per poter svolgere in pieno questo tipo di mandato che non è propriamente lo stesso del dettame costituzionale? O, detto in altri terimi, come rimuoverà “con la forza i problemi che non sa o non vuole risolvere”?

A inizio aprile, venerdì 9, a Pilcante di Ala un uomo, Matteo Tenni, affetto da un disagio psichico non si ferma a un posto di blocco e viene rincorso dai carabinieri (che a quanto sembra lo conoscevano ed erano perfettamente a conoscenza del suo stato di salute) che lo inseguono fin dentro al cortile di casa. Matteo esce di casa con un accetta e comincia a colpire l’auto dei carabinieri (badare bene, l’auto non le persone). Un carabiniere estrae la pistola e gli spara. La pallottola colpisce la gamba e recide l’arteria femorale. Matteo non ce la fa e muore dissanguato.

Il racconto dell’anziana madre che ha assistito a tutta la scena, raccolto sulle pagine del Corriere del Trentino da Donatello Baldo è straziante:

«Sono corsa fuori per raggiungerlo, vedevo il sangue uscire dalla gamba, il rivolo per terra». Annamaria Cavagna si è subito qualificata: «Sono sua madre, sono un’infermiera, fatemi passare. Ma mi hanno tenuta fuori, sulla strada. Imploravo che intervenissero per fermare l’emorragia, che mi lasciassero intervenire per rianimarlo. Stava morendo -aggiunge con la voce rotta e flebile – vedevo che via via diventava sempre più bianco. Sono sua madre, fatemi passare, fatemi toccare mio figlio ancora caldo. Lasciate che gli dica almeno ciao».

La madre di Matteo racconta la sua versione, rivivendo gli attimi brevissimi in cui si è consumata la tragedia. Ma fa un passo indietro, al pomeriggio, quando Matteo prende la macchina per andare a fare la spesa ad Ala: «Credevo andasse a piedi, perché gli avevano sospeso la patente. Ma ha preso la macchina, cosa potevo fare io. Era andato a prendersi il tabacco, eccolo lì» e lo indica sul tavolo della cucina, vicino al portafoglio, alla carta d’identità di Matteo. I pochi effetti personali che aveva addosso venerdì quando è morto. Il ritorno a casa poco dopo, verso le 18. «Ho sentito un rumore – continua Annamaria – e ho visto i carabinieri con la macchina dentro il cancello, qui sotto il balcone». La signora esce sul balcone, guarda in basso dove rimangono i vetri infranti dell’auto colpita con l’accetta e la segatura che ancora assorbe il sangue versato da Matteo. «L’ho visto uscire con l’accetta dal garage e ho gridato: Matteo no, Matteo no». Ha visto il figlio scagliarsi contro l’auto: «Ma i carabinieri erano fuori – assicura – l’ho detto anche al maresciallo». Poi un frazione di secondo, lo sparo, il corpo che cade: «Ha rotto il vetro dell’auto e sulla rampa verso il cancello aperto erano in due. Uno ha sparato diritto, in orizzontale, mentre Matteo stava ancora con l’accetta in aria per colpire l’auto. Per colpire l’auto che era vuota -sottolinea – non i carabinieri che erano fuori». La corsa per raggiungerlo, per implorare di passare per intervenire e rianimarlo: «Mi hanno detto che avevano messo un laccio intorno alla gamba ma bisognava tagliare i pantaloni, agire sulla vena poplitea, fare pressione con le mani. Sono un’infermiera, ho gridato, lasciatemi passare. Sono sua madre, fate passare una madre che implora di toccare il corpo del figlio ancora caldo, lasciate che gli possa dire ciao».

Del caso, che tuttavia fatica a raggiungere gli onori della cronaca di respiro nazionale, si occupa anche l’ex senatore Luigi Manconi che intervistato sempre da Donatello Baldo afferma cose per nulla banali:

«Le operazioni di fermo o di contenimento nei confronti di questi soggetti andrebbero gestite con grande intelligenza. Non sono responsabili di alcun reato e si trovano in uno stato di fragilità. L’inseguimento di Matteo Tenni, che è all’origine della sua morte, si deve a una violazione del codice della strada». Sembra che i carabinieri fossero a conoscenza che si trattasse di Matteo. «E quindi a conoscenza del suo stato psichico: non era necessario inseguirlo fin dentro casa. Tutto poteva svolgersi in maniera diversa da com’è andata. Se poi diamo credito alla testimonianza della madre che sostiene che la reazione del carabiniere è avvenuta quando già i militari erano usciti dall’auto su cui Matteo si era avventato, ormai a distanza di sicurezza, l’errore fatto risulta ancora più grave». […] Le indagini sulla morte di Matteo Tenni sono state affidate agli stessi carabinieri, suscitando qualche perplessità in alcuni osservatori. Lei cosa pensa? «È un’anomalia gravissima e frequentissima: se l’indagine viene affidata alla stessa forza di polizia coinvolta, si rischia che si proceda, anche in perfetta buona fede, attraverso la giustificazione del fatto e non attraverso la sua puntuale e oggettiva ricostruzione. In Francia non sarebbe possibile affidare il caso alla stessa forza di polizia. Sembra la cosa più ovvia del mondo, ma in Italia viene bellamente ignorata».

A distanza di pochi giorni dalla morte di Matteo Tenni, il 16 aprile, in un piccolo paese del bergamasco, Grumello del Monte, si consuma un’altra tragedia nel silenzio pressoché totale della stampa italiana. Prendiamo in prestito e riportiamo da Hurrya:

“Il 25 aprile 2021 i media senegalesi  diffondono la notizia della morte di Mame Dikone Samb, avvenuta in Italia. Secondo quanto riportato da questi articoli, pubblicati a caratteri cubitali sulle prime pagine dei quotidiani locali, Mame Dikone Samb, 56 anni, nata a Ngor in Senegal e residente da diversi anni in Italia con i suoi figli a Castelli Calepio in provincia di Bergamo, sarebbe morta in seguito all’intervento dei Carabinieri, dopo un diverbio avvenuto negli uffici di una banca di Grumello del Monte (BG).

Dopo il fermo delle forze dell’ordine, che avrebbero utilizzato una pistola taser, la donna sarebbe stata portata in caserma e in seguito sarebbe stata vittima di un infarto che ne avrebbe causato la morte. Questa notizia è cominciata a circolare il  27 aprile sui social della comunità francofona anche in Italia, senza che sui media italiani ce ne fosse traccia. La prima notizia in italiano è stata pubblicata dal sito bufale.net, che si affrettava a rilevare alcune incongruità dei resoconti pubblicati in Senegal, stranamente però dedicandosi a smontare una presunta bufala che non avuto ancora alcuna diffusione sui media italiani. Solo il 28 aprile è arrivata, da fonti italiane, la conferma di questa morte, attraverso un articolo di Africa Rivista che cita le dichiarazioni dei Carabinieri di Grumello del Monte: Mame Dikone Samb è effettivamente deceduta il 16 aprile 2021 nell’ospedale di Alzano Lombardo (per una “tromboembolia polmonare bilaterale”), dove era stata condotta dopo che i Carabinieri l’avevano fermata il 14 aprile nella banca, portata in caserma e chiamato il 118 per un trattamento sanitario obbligatorio (TSO).

L’articolo aggiunge che “La versione contrasta con quanto apparso sulla stampa senegalese, dove si parla di infarto provocato dall’uso di un taser. Il giornalista senegalese che ha ricostruito la vicenda, Sakho Malick, ha detto a Africa che vari testimoni avrebbero assistito alla scena. La famiglia della donna, che ha deciso di non parlare con la stampa, ha comunque nominato un avvocato per fare chiarezza. Dal legale abbiamo avuto conferma che è stata disposta un’autopsia che sarà effettuata presso l’Ospedale San Gerardo di Monza. Lamine Diouf,  console generale del Senegal in Italia sta seguendo da vicino gli sviluppi.”

Quello che possiamo dire è che per più di due settimane nessuno in Italia si è degnato di parlare di questa morte, che testimoni e parenti della vittima non sono stati mai ascoltati e al contrario come al solito sono stati delegittimati. Che la notizia è girata solo grazie alle proteste dei familiari e ai media senegalesi, che i primi articoli in Italia si sono concentrati sul negare o minimizzare quanto successo, che ancora una volta un tragico evento avvenuto in un contesto poco chiaro e che vede coinvolte le forze dell’ordine viene silenziato e oscurato. Che non è la prima volta che i trattamenti sanitari obbligatori vengono usati come strumenti di repressione contro chi protesta. Che i provvedimenti per consentire l’uso dei taser in Italia continuano ad essere deliberati, e ancora non è affatto chiaro dove e quanto queste armi vengano utilizzate.”

Non passano nemmeno dieci giorni che a Livorno, nella notte fra il 24 e il 25 aprile, Fares Shgater un venticinquenne tunisino che scappava dalla polizia e da due militari della Folgore in servizio per l’operazione strade sicure, viene ritrovato morto nel canale di fronte alla Fortezza Nuova. La versione ufficiale dei fatti è che Fares stava fuggendo da una pattuglia che lo aveva incrociato in piazza della Repubblica, prima di mezzanotte, in pieno coprifuoco. Ma per la comunità tunisina i fatti sarebbero andati diversamente: “Fares non si è buttato da solo, non sapeva neanche nuotare – ha detto uno dei connazionali – Ci sono testimoni che adesso non vogliono parlare, ma che hanno sentito le sue urla, lo hanno visto picchiare dalla polizia. E’ stato buttato, non si è tuffato da solo”.

Ma lo vedremo, quello che ci tocca constatare intanto è come in questo terribile aprile, in Italia, si possa morire così, facilmente, senza alcun clamore mediatico per i fatti più banali e che nulla hanno a che fare con degli atti o dei comportamenti criminali. Si può morire per non essersi fermati all’alt dei carabinieri perché si viaggiava con una patente ritirata, per un Tso dopo aver avuto un diverbio negli uffici di una banca, o per essere sfuggiti dalla polizia per aver violato il coprifuoco. Ed è un po’ come se dopo la strage nelle carceri del marzo scorso e il silenzio assordante che l’aveva circondata, nemmeno troppo velatamente, si stesse cominciando a morire pure “fuori” con una certa frequenza e con una disarmante facilità. Un po’ come se il “rimosso” di quel “nuovo ordine” pandemico vigente in Italia stesse cominciando ora a mietere altre vittime.

“Alla vista degli agenti, Fares avrebbe deciso di gettarsi nelle acque di Fosso Reale. La polizia, non trovando il giovane, avrebbe allertato i vigili del fuoco che lo hanno ripescato con l’ausilio dei sommozzatori, ormai annegato e a quattro metri di profondità, intorno all’una di sabato. Ma per la comunità tunisina i fatti sarebbero andati diversamente: “Questa versione non è attendibile. Era risaputo che Fares non sapesse nuotare. Non avrebbe mai commesso un gesto del genere”, le parole di Wassim, amico di Fares. Poi continua: “Ci sono dei testimoni che lo hanno sentito urlare mentre affogava. Perché nessuno li ha interpellati? Perché nessuno vuole ascoltare un’altra versione della vicenda?”. Come fa sapere Wassim, i testimoni sarebbero dei ragazzi stranieri in attesa della conferma del permesso di soggiorno.” Da qua.

Così come già accaduto ad Ala a metà mese, anche a Livorno tanti ragazzi sono scesi in piazza per protestare contro quest’ennesima morte senza senso. Prendiamo da il Manifesto:

Alle 15 del 26 aprile tanti ragazzi originari della Tunisia si sono dati ritrovo in quel punto. Hanno tanta voglia di parlare e raccontano di precedenti episodi di violenza durante i controlli di polizia “nel 2013 mi hanno gettato nell’acqua i poliziotti”, racconta uno dei presenti. Altre voci riportano simili storie di minacce e violenza. “Non si può morire così, siamo tutti uguali, non importa se sei straniero o se commetti dei reati” dice una ragazza. In Piazza della Repubblica ci sono due camionette della polizia e numerosi agenti.

Med Amine è cresciuto insieme a Fares, sono arrivati qua insieme, sono come fratelli. “Vogliamo sapere cosa è successo. Non si può morire così. Fares aveva il permesso di soggiorno di sei mesi, tra poco avrebbe avuto un lavoro, non gli hanno trovato addosso droga o altro. Se scappava è perché noi tunisini abbiamo sempre paura dei controlli, paura della polizia, paura di essere rimpatriati per un qualsiasi motivo, dopo tutto quello che abbiamo passato per arrivare qua”. […] Alle 17 gli amici di Fares si mossi verso la questura con un piccolo e rumoroso corteo, aggirando i blocchi della polizia. In piazza erano presenti anche molti solidali, abitanti del quartiere, membri di altre comunità straniere, associazioni e collettivi. Una delegazione è stata ricevuta dal questore, che si è limitato a dire, secondo i presenti, che si aspetta il lavoro della magistratura. La Procura di Livorno ha infatti aperto un fascicolo sul caso.

Il 25 aprile, a Padova, un ragazzo di origine africana in sella alla sua bici da freestyle viene fermato in malo modo, atterrato,, preso per il collo e ammanettato dalla polizia locale solo perché non si era fermato immediatamente all’alt. «Mi state umiliando, mi state umiliando» ripete più volte il ragazzo in un video che riprende anche le proteste dei passanti e che verrà postato su Instagram. Il giorno successivo, come a Livorno, viene lanciato un presidio sotto la sede del Corpo di Polizia Municipale di Padova per protestare contro l’accaduto.

In quella stessa settimana, nel Mediterraneo, l’ennesima strage in mare con cento, centoventi, centotrenta persone lasciate annegate deliberatamente per mancanza di soccorsi al largo della Libia, gli spari sui braccianti a San Severo con “l’inseguimento nei campi, poi il colpo di fucile“ con due feriti e una persona rimasta senza un occhio, sempre nel foggiano, l’ennesimo incendio nel ghetto bracciantile di Borgo Mezzanone mentre a Prato un lavoratore in sciopero davanti ai cancelli della Textprint veniva aggredito con dell’acido in un attacco in pieno stile mafioso o ancora, qualche giorno prima, l’episodio di Giovanna, l’attivista NoTav colpita al volto da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo dalle forze dell’ordine, tanto per circoscrivere l’arco temporale degli ultimi giorni e della violenza sistemica applicata al quotidiano da leggi, consuetudini, discipline ed apparati istituzionali profondamente razzisti ed escludenti che vorrebbero nascondere e far passare per sfortunate tragedie il “tentativo dello Stato di rimuovere con la forza i problemi che non sa o non vuole risolvere”. Perché lo scopo del linguaggio politico, come ci ricorda Orwell, “è pensato per far suonare vere le menzogne e rispettabile l’assassinio”.

Eppure, nonostante i tempi orribili e l’asfissiante rumore di fondo di un grande circo mediatico sempre più scollato dalla realtà, qualcosa si muove, magmatico e sfliacciato certo, ma c’è ancora vita tra il torpore apatico della società italiana.



*Marco D’Eramo, Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, Feltrinelli, Campi del sapere, 2020