Modena chiedi alla polvere. Sui dieci anni del collettivo Guernica e altro ancora.

Posted on 13 novembre 2019

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Modena è una città strana, benestante nell’aspetto e miserabile nell’animo.

Una città che “tira”, che miete record, che scala classifiche su classifiche: la città più cara d’Italia, la seconda in Regione per consumo di suolo, una luogo nel quale abbondano le case vuote (erano 76.293 tra Modena e provincia, il 21,25%, secondo i dati del 2016) ma che contemporaneamente può vantare il più alto tasso di incidenza di sfratti (1 ogni 172 famiglie residenti tra il 2014 e il 2016) di tutta la Penisola.

 

Una città dove il turismo è in crescita esponenziale ma nella quale, passeggiando, si possono incrociare con la stessa probabilità tanto drappelli di turisti di mezz’età, quanto pattuglie di militari con fucili automatici. Una città che ha smesso da tempo di considerare la cultura come un antidoto e l’ha trasformata direttamente in un bene di consumo come tanti altri. Non a caso, le uniche cose che spuntano senza difficoltà a Modena sono supermercati e centri commerciali.

Una città dove ai lavoratori in lotta fuori dai cancelli delle aziende vengono recapitati fogli di via, come durante il ventennio, e questo nella più totale indifferenza di informazione, partiti e sindacati confederali cittadini.

Insomma, una città dalla doppia faccia.

BosiUn luogo in cui, da una parte, un giovane e rampante Assessore al “decoro” può fare bella figura e mettersi in posa con un semplice selfie da un dehors in Calle di Luca recitando uno slogan efficace come “le strade sicure le fanno le persone”, sussumendolo e vendendolo da piazzista sul mercato semantico del “buongoverno” dell’amministrazione.

Dall’altro, lo stesso Assessore, con analogo effetto cosmetico, poteva mettere la faccia  su cose come il nuovo Regolamento di Polizia Urbana (quello che andava armonizzato per poter recepire al meglio le novità introdotte dal Decreto Minniti, che riapriva proprio i Cpr e concepiva il Daspo urbano) o partecipare ad un convegno sulla mafia nigeriana organizzato da Fratelli d’Italia (partito i cui esponenti festeggiano Mussolini e la Marcia su Roma quando – sempre a proposito di mafia – non vengono arrestati direttamente per legami con l’Ndrangheta, qua e qua  due casi solo quest’estate) fornendo così pieno appoggio e respiro istituzionale ai peggiori personaggi dell’estrema destra italica come lo psichiatra televisivo Alessandro Meluzzi.

Così come è tutta cosmetica l’enfasi posta dall’amministrazione comunale sulla cosiddetta “rigenerazione urbana”; termine sotto al quale potrebbero rientrare tranquillamente anche i brillanti successi delle “riqualificazioni” della premiata ditta Sitta-Pighi, con le grandi imprese edili del Novi Park e dell’Ex Manifattura Tabacchi “salvata” dall’intervento della Cassa Depositi e Prestiti.

 

Ma anche le torri (mezze vuote) del Centro Ferriere davanti alla Maserati, quelle della fallita Trenkwalder potrebbero essere fatte rientrare dentro a questa definizione. Perché la Modena di domani, in realtà, abbiamo già avuto modo di vederla e dietro alla tanto sbandierata “rigenerazione urbana” sembra nascondersi una vecchia e carissima speculazione.

Insomma, torri sgombre, garage vuoti e invenduti, appartamenti di lusso che subiscono la stessa sorte e quella pungente sensazione che l’intento fosse proprio quello di fabbricare ex novo la città e, al tempo stesso, di teorizzare e progettare, attraverso lo strumento edilizio, anche i suoi futuri abitanti i quali avrebbero dovuto idealmente possedere tutti quanti: un portafoglio danaroso, una bella macchina e un’aziendina da piazzare negli uffici messi gentilmente loro a disposizione dalla “riqualificazione urbana”. Un progetto che chiaramente non ha funzionato, perché basato sull’idea un di una città che non era reale. Reale invece è la quantità di uffici illuminati nelle torri del Centro Ferriere in un pomeriggio (17.00) dei primi di novembre. ⇓

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E non occorrerebbe nemmeno riavvolgere più di tanto il nastro del film sulla città per scoprirlo. Nel caso specifico basterebbe tornare al 2015 e leggere quali erano i progetti su quell’area. Confrontare quindi la realtà attuale ai progetti della “Modena di domani” di 4 anni fa! Da qua:

Il Centro si sviluppa attorno alla vasta piazza centrale dove trovano forma due futuristiche torri in acciaio e vetro sede di uffici e attività imprenditoriali; due palazzine ad uso residenziale più un multimedia center con biblioteca e centro congressi. Nei restanti edifici altre attività commerciali e un hotel.

Una parte importante della storia di Modena rinasce e si rinnova nel progetto ambizioso di riqualificazione urbana della città, che coniuga la volontà del Comune e la lungimiranza della società Centro Ferriere Srl. Le ex Acciaierie Ferriere, dismesse definitivamente agli inizi degli anni ottanta, sono al centro di questo rinascimento socio-culturale.

Un’operazione che si potrebbe tranquillamente ripetere anche per l’aera dell’ex Manifattura Tabacchi o riprodurla quasi come una litografia sul radioso futuro di progetti come quello dell’ex Amcm.

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Senza contare che oggi, con le elezioni regionali alle porte, si torna a parlare insistentemente anche dell’area delle ex Fonderie Riunite, quelle dell’eccidio del 9 gennaio 1950, quelle tra le cui mura, nel lontano ’97, potevi gustarti uno spettacolo di una sconosciuta Luciana Littizzetto o un concerto degli Ateche e, visti i precedenti, meglio non pensare troppo dunque a una sua ipotesi di “rigenerazione” perché potrebbe lacerare ogni memoria.

Se lo spazio pubblico è ormai diventato in una merce come tutte le altre, pronta ad essere venduta sul mercato al miglior offerente, è perché il potere amministrativo locale ha approvato, ha dato licenza, consentendo così di trasformare la città in un immenso ed esclusivo affare.

Il risultato è che, da una parte, abbiamo la rendita urbana, le “rigenerazioni”, la bella faccia della politica locale, quella che pensa, ad esempio, che ammodernare un paio di pensiline o piazzare telecamere in ogni dove sia l’esaurirsi di ogni discorso sul Trasporto pubblico locale (Tpl). Dall’altra, al contrario, abbiamo il rovescio della medaglia di questo tipo di politiche urbane che in nome dello sviluppo e della promessa della creazione nuovi di posti di lavoro offrono ai capitali e alla rendita urbana una libertà quasi illimitata, vale a dire, l’apparizione, in ogni luogo e in ogni discorso, di quella creatura mitologica denominata degrado urbano, che poi non è altro che uno degli aspetti dell’abbandono stesso del territorio da parte delle istituzioni.

Abbandono che, vivendo la città, balza subito agli occhi.

Nell’estate del 2017, il comitato #mobastacemento l’ha addirittura mappato questo abbandono.

Più di 100 “luoghi abbandonati o lasciati al degrado” che contano tra le proprie file anche veri e propri mostri urbani non proprio invisibili.

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Una mappatura che, più o meno un anno dopo, avrebbe fatto anche il Comune presentando un nuovo Piano Urbanistico Generale (Pug) suddiviso per rioni

In Emilia Romagna d’ora in avanti se un costruttore, armato di “accordo operativo”, incontra un sindaco armato di Pug (Piano Urbanistico Generale)…

…un Piano urbanistico generale (Pug) associato ad un “Avviso pubblico di manifestazione d’interesse” che andava a recepire la nuova legge regionale “sulla tutela e l’uso del territorio”, quella che, si vocifera, sia stata dettata direttamente dall’Ance (Associazione nazionale costruttori edili).

Insomma in città i vuoti urbani non mancano di certo ma è meglio abbandonare ogni fantasia legata a buone pratiche come il riutilizzo di stabili abbandonati a fini sociali, culturali o senza scopo di lucro. Cose che avvengono a Parigi, per esempio (senza per questo stare a glorificare acriticamente esperienze di cui si sa poco), o potevano essere tranquillamente percorse a fine anni ’90. In pratica, se non siete costruttori che fanno business con soldi pubblici, a Modena c’è poca aria per voi!

Questo perché la doppia faccia della città sa perfettamente che il sistema migliore per accaparrasi il territorio è quello di far credere di essere l’unica forza in grado di “salvarlo” dal degrado e dall’abbandono e ciò proprio a discapito di quelle comunità che quel territorio lo vivono e lo abitano quotidianamente.

Bisognerebbe cominciare a considerare le comunità come piccoli ecosistemi sociali.

“Ogni realtà sociale è, per prima cosa, spazio.”
Fernand Braudel

Osservandola in questo modo si potrebbe vedere chiaramente come si sia mossa l’amministrazione comunale in questi anni. Analogamente a quanto faceva il pioniere americano più di un secolo fa infatti, il quale sosteneva di liberare le terre selvagge mentre al contrario se ne stava impadronendo, anche oggi e nei primi anni del nuovo millennio, in città così come altrove, sono state portate avanti politiche che con ferocia hanno distrutto chirurgicamente molti “ecosistemi” nei quali si tentava, fra mille difficoltà, di tenere in vita una comunità e una cultura alternative.

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Sgombero di Xm24, 6 agosto 2019.

Inutile prendersi per il culo. Quello che è andato in scena lungo la via Emilia nell’ultimo decennio (perché, in piccolo, vale per Modena ciò che è accaduto anche a Bologna) è un vero e proprio annientamento scientifico di interi “ecosistemi”. Qualsiasi cosa si muovesse in maniera autonoma, libera e slegata da quel cumulo di interessi, affari, favoritismi e personalismi che ruota attorno al Pd – partito che, in queste zone, è calcare allo stato puro, incrostato a tal punto all’amministrazione da diventare quasi indistinguibile da essa – andava represso, manganellato, sgomberato violentemente e, all’occorrenza, pure distrutto con la ruspa.

(⇑ Sgombero di Libera, 8 agosto 2008) Sì, esattamente quella ruspa che, pochi anni dopo, riempirà il linguaggio simbolico di Matteo Salvini in una semplificazione lessicale ed emotiva che si farà addirittura parola d’ordine della sua campagna elettorale permanente.

Perché è così che i nuovi pionieri delle terre selvagge dell’Emilia stanno avanzando, marciando sulle ceneri della controcultura e sui cadaveri di chi dal basso riempiva le strade, come tanti piccoli generali Custer a Little Bighorn.

Da una parte si costruiscono comfort-zone per neofascisti e brodaglia razzista (vedi i convegni con Alessandro Meluzzi e compagnia varia ad esempio, perché con gli altri non si dialoga, ma con questi si tratta invece di una normale “dialettica politica”), dall’altra si punta a installare sotto traccia tutti i dispositivi tipici delle società di controllo e degli stati di polizia. Tutta roba funzionalissima alla predazione del territorio a suon di speculazione e gentrificazione, perché è vero che “le strade sicure le fanno le persone” ma poi abbiamo pur sempre anche i “controlli di vicinato”, i militari per le strade, le telecamere in ogni dove e i nuovi Regolamenti di Polizia Urbana!

 

Modena, chiedi alla polvere!
Alla ricerca dello spazio perduto.

 

Allora, con simili premesse e giusto per festeggiare al meglio i dieci anni di vita del collettivo Guernica, abbiamo pensato bene di andare ad osservare ciò che la città/ditta legalitaria ha prodotto in questi anni al posto dei tanti spazi sgomberati e degli “ecosistemi” satelliti che gli gravitavano intorno.

Una mappa che, invece di mostrare la quantità di spazi abbandonati che tappezzano la città, vada in qualche modo a ricercare tutte quelle esperienze che avevano provato a rivitalizzarli attraverso una selva di progetti e piani aggregativi estremamente ricchi e poliedrici. Una fertilità assassinata, di volta in volta, a suon di sgomberi e manganelli in virtù di quella tanto decantata “legalità” che, spesso e volentieri, non porta altro dietro di sé che una lunga scia di appalti al ribasso, di ditte fallite, di progetti mai nati e di soldi pubblici buttati nel cesso, mentre gli spazi ritornavano inutilizzati come vuoti urbani in avanzato stato di putrefazione, pronti a “tornare dal Via” in un gigantesco Monopoli.

 

Iniziamo allora questo viaggio, “alla ricerca dello spazio perduto”, proprio dalla ruspa che distrusse il Libera, l’8 agosto del 2008. Anno in cui, ricordiamo, comincia anche la grande crisi economica mondiale che ci perseguita tuttora.

liberaUn casolare di campagna a Marzaglia che più o meno la quasi totalità dei trentenni della città (vuoi per una serata con Matteo Borghi, per una partita di biliardino o per un concerto) ricordano con affetto. Era questo lo spazio in cui Libera aveva resistito per ben 8 anni, dal 2000 a quel fatidico 8 agosto del 2008, giorno del suo sgombero. Una realtà attraversata da migliaia di persone con una storia e una permanenza sul territorio abbastanza singolari per una realtà piuttosto feroce nei confronti dei centri sociali come quella di Modena. Ad uccidere quell’esperienza fu, verosimilmente, la decisione del consiglio comunale di allora di voler procedere a tutti i costi col discusso progetto dell’Autodromo di Marzaglia. Lo stesso che oggi si vorrebbe ampliare ulteriormente e che sorse proprio sulle ceneri di quello spazio. Autodromo osteggiato allora da ampie fette di città, con due dirigenti comunali e il responsabile di Vintage Spa (società che prese in concessione i terreni comunali) finiti in tribunale poi assolti per abuso edilizio. Ma non solo. Già in precedenza era stato archiviato (2009) l’abuso d’ufficio relativo alla delibera consiliare con la quale si diede il permesso di costruire sui terreni agricoli di Marzaglia, mentre per la sentenza sulla presunta lottizzazione abusiva, perché l’autodromo era sorto in una zona vincolata all’80% a verde pubblico (ricorda qualcosa? – con in un piano regolatore del 2002 Psc che mutò sostanzialmente) occorrerà attendere il 2016 con un’altra archiviazione.

Ancora reperibile in rete qualche comunicato di allora:

Con l’uso della forza alcuni burocrati della giunta modenese hanno demolito lo spazio sociale autogestito, ecologico, anarchico Libera per favorire la peggiore delle speculazioni. Modena ha perso così un pezzo di campagna, un naturale corridoio ecologico, uno spazio di socialità non mercificata per lasciare spazio al solito grigiore politico e umano che le componente politiche ed economiche della città hanno sempre espresso. Il cofferatismo che con la scusa di una legalità ideologica ha cercato di eliminare le esperienze autogestite dal basso ha fatto scuola anche a Modena.

Da cinque anni il collettivo di Libera , insieme ad altre associazioni tra cui WWF e Lilliput , lotta per difendere il territorio: «La decisione del consiglio comunale – dicono i ragazzi – è un atto grave che ipoteca il futuro dell’ambiente a Modena e riconferma un modello di sviluppo sbagliato e criminale. Questo progetto è stato imposto da Sitta prima all’interno dei Ds, poi a tutta la città con l’appoggio dell’Ascom e delle lobby motoristiche, che saranno le uniche a trarne vantaggio».

Parole “sante” per temi ancora estremamente attuali in città, anche a distanza di un decennio. Anzi, forse addirittura più stringenti che mai. Ed è proprio dalla ruspa che distrusse il Libera che vogliamo partire allora nella nostra ricognizione perché questa, come vedremo, “traccerà il solco” per le politiche future.

Il perché è presto detto ma bisognerà attendere la prima occupazione dello Spazio Guernica per scoprirlo. È il 20 novembre 2009, un venerdì e il Collettivo autonomo modenese decide di liberare e far rivivere l’ex concessionaria Ford di via S. Anna 651 alla Sacca. (Oggi un concessionario di moto, in foto) exford Lo Spazio Guernica è il frutto di un percorso, iniziato un anno prima, con l’occupazione temporanea dell’ex stamperia e di un altro stabile in via della Tecnica a Modena Est.

Le reazioni all’occupazione, da parte della politica modenese non si fanno attendere, con l’allora Assessore alla Sicurezza, Antonino Marino, del Pd che dichiara, senza mezzi termini, ciò che sarà leitmotiv delle politiche dell’amministrazione cittadina negli anni a venire: «Il solco tracciato con lo sgombero di Libera è chiaro. Manterremo una linea dura contro le occupazioni. Non tollereremo nuove autogestioni.»

E a Marino farà eco tale Andrea Leoni (poi condannato nel 2017 a un anno e quattro mesi per le “spese pazze in Regione”) del Pdl, in una novella joint venture di un’unione che si consumerà presto anche a livello nazionale, il quale aggiungerà: «La promozione dell’illegalità e dell’eversione non è davvero accettabile. Questi signori dovrebbero andare a lavorare anziché organizzare conferenze stampa per dire che domani commetteranno un reato.» E che non tiri affatto una bell’aria per gli spazi sociali in provincia di Modena lo si capisce anche dal comportamento dell’amministrazione comunale di Sassuolo (Pdl) nei confronti del Circolo Fassbinder che verrà sgomberato il 14 gennaio, esattamente una settimana dopo lo sgombero del Guernica.

Siamo solo agli inizi del 2010 ma Pd e Pdl procedono già per vie parallele. Il bersaglio comune saranno chiaramente gli spazi politici nei quali si allena ancora il dubbio e si coltiva il dissenso. Questi andranno eliminati sul nascere, dopo aver già proceduto meticolosamente a demolire quelli esistenti in nome di una tanto sbandierata “legalità” che, come vedremo, è molto spesso solamente di facciata. Lo sgombero così diventa a Modena una sorta di riflesso incondizionato. Non importa da quanti secoli l’immobile giaccia in stato d’abbandono, di quanto guano si sia accumulato al suo interno o se la proprietà, pubblica o privata, si ricordi o meno della sua esistenza, bisogna evitare in tutti i modi che lo spazio appena rivitalizzato attecchisca o si riconnetta in qualche modo al quartiere, alla zona o direttamente alla città. Così lo sgombero, di volta in volta, andrà a proporre un canovaccio piuttosto standardizzato: un Comune che, a seconda dei casi, ci metterà la faccia mentre altre farà ricadere, molto pilatamente, tutte le responsabilità sulla Questura, progetti mirabolanti che salteranno fuori irrimediabilmente il giorno dopo l’occupazione e che torneranno sepolti nel cassetto il giorno seguente allo sgombero, luoghi che, liberati da quei corpi abusivi, potranno tranquillamente tornare a riposare immersi nel guano mentre passeranno altre ere geologiche in attesa che gli enti pubblici se ne interessino realmente.

Passa qualche mese e il 30 aprile 2010 il Collettivo autonomo modenese torna a farsi sentire con una nuova occupazione. È il Guernica 2.0, con un centinaio di persone, partite da via Carteria armate di guanti, sacchi e attrezzi da lavoro, che entra nell’ex concessionaria Stanguellini su via Giardini, vuoto da più di 15 anni. Qua gli occupanti, fra vasche d’olio abbandonate, rottami di automobili e quintali di detriti, progettano di dare il via alle attività già pianificate all’interno dell’ex-Ford: un laboratorio fotografico, una sala studio, una sala prove e una palestra popolare autogestita. Lo sgombero però ha tempistiche del tutto differenti rispetto all’abbandono e arriva rapido e rigoroso appena venti giorni dopo, il 21 maggio 2010. Questa volta il Comune non ci mette la faccia, lascia fare tutto alla Questura, mentre a fare la voce grossa è ancora Andra Leoni (sempre quello poi condannato per le “spese pazze in Regione”) il quale auspica che «le occupazioni abusive siano stroncate sul nascere e non legittimate.» [sigh!]

Passano 9 anni da allora e se oggi percorrete via Giardini in direzione Baggiovara (o con Google Maps) potete constatare coi vostri occhi quali siano esattamente le tempistiche dell’abbandono in quel di Modena. Ma non è tutto. Perché sentire le istituzioni spacciarsi come le uniche forze in grado di “salvare” la città dal degrado e dall’abbandono, in questo caso, farebbe gridare chiunque alla vergogna. Nel 2017, in quello stesso stabile, verrà trovato il cadavere di un uomo carbonizzato, morto nel sonno nel tentativo di trovare un riparo dove passare la notte. Ma la legalità è stata comunque ripristinata, ora si possono dormire sonni tranquilli e quello era solo un povero immigrato morto di povertà.

Nel mentre si mette in moto anche la macchina della “giustizia” che distribuisce una decina di denunce per l’occupazione dell’ex Ford e altre 18 per l’ex concessionaria Stanguellini.

imageIl 25 settembre 2010 è il turno dell’ex torrefazione Molinari di via Fanti, proprio davanti al sottopasso della stazione Porta Nord. È il Guernica 3.0. Lo spazio è comunale ma è anche l’epicentro di un contenzioso fra Coop ed Esselunga (indovinate per farci cosa?) e dista solo pochi metri dalla nuovissima stazione dei carabinieri. Le minacce di sgombero partono all’istante e, in tutta risposta, vengono lanciate delle «colazioni di massa» davanti all’edificio. All’alba dell’11 novembre 2010 però polizia e carabinieri arrivano coi blindati, sgombero dell’edificio e «decretazione d’urgenza» per distruggere lo stabile. L’edificio è storico, anche se non antico perché parte della storia imprenditoriale cittadina, tuttavia non è tutelato dalla soprintendenza dunque già a gennaio 2011, il settore “Politiche economiche e sport” del Comune di Modena autorizza il cantiere per la demolizione che avverrà in tempi record a fine febbraio.

Un anno dopo gli stessi militanti torneranno sul luogo a ripulire le macerie dell’ex Molinari mentre nove anni dopo, lì a fianco, sorgerà la nuova “Casa della Salute” dell’Ausl.

Prima di ciò però, siccome in città i luoghi abbandonati e dimenticati non mancano di certo, c’è il tempo di veder riaprire e riconsegnare alla polvere e all’abbandono anche quel piccolo gioiello del cinema Nuovo ScalaÈ il 26 novembre 2010 e nasce il Guernica 4.0. Dopo qualche piccola difficoltà iniziale coi residenti dovuta al rumore, l’occupazione guadagna spazio, consenso e approvazione dell’intero vicinato tanto che, anni dopo, quell’esperienza verrà ricordata addirittura con nostalgia dagli stessi residenti, fra l’altro sulle pagine di un giornale per nulla tenero nei confronti delle occupazioni come la Gazzetta di Modena.

scalaIl fatto è che l’ex cinema Scala, così come in parte anche l’ex Molinari, non è un edificio qualsiasi ma un pezzo di storia architettonico-culturale della città. Basterebbe sbirciare rapidamente questa relazione di Italia Nostra per rendersene conto. Si tratta di luoghi familiari di quelli che riconfigurano non tanto l’identità quanto l’intimità della cittadinanza. Ma tutto ciò non è di alcun valore per l’amministrazione della città/stato/partito e della sua “legalità” applicata a senso unico. Nel frattempo, parallelamente al Nuovo Scala, lo sportello Prendocasa (che si occupa di diritto alla casa) inaugura in città due occupazioni abitative, una a Marzaglia nella quale abitavano 4 famiglie con bambini, che varrà sgomberata il 10 maggio 2011 assieme al Nuovo Scala, e un’altra in via Fossa Monda 4 che si concluderà invece senza l’intervento dei blindati.

Intanto, al di là del Mediterraneo, iniziano le primavere arabe mentre, cinque giorni dopo lo sgombero dell’ex cinema Scala, a Madrid, il 15 maggio, convocato inizialmente dalla piattaforma Democracia Real Ya, debutta il movimento 15-M (meglio conosciuto come indignados) che darà vita anche alle acampadas di Puerta del Sol.

A Modena invece il copione è sempre lo stesso: sgombero e repressione. E provate un po’ a indovinare a distanza di otto anni quale può essere mai stata la sorte dello Scala? Lasciamo un paio di foto scattate qualche giorno fa con la scritta “Guernica” ancora in evidenza a suggerirlo.

A Roma, il 15 ottobre 2011, una manifestazione di massa con più di 200.000 persone assedia il governo Berlusconi e le politiche di austerity orchestrate della Ue.

Pochi giorni dopo, a Modena, nella notte di venerdì 21 ottobre 2011, un ex deposito di proprietà di una finanziaria in via Zarlati 100 diventa il Guernica 5.0. L’occupazione è il frutto di un corteo cittadino, salpato da largo Sant’Agostino con circa 400 persone a bordo, che sfila attraverso via Emilio Po per approdare dentro un ex magazzino spedizioni delle Fonderie cooperative di Modena. Il risultato è una riappropriazione in piena continuità col progetto e perfettamente integrata nel quartiere. Funziona. Dentro viene addirittura allestito uno skate park che risulta essere l’unico impianto al chiuso dell’intera regione. Sempre al suo interno si tengono incontri molto partecipati sui movimenti Occupy, con testimoni come Felice Momotti, Gigi Roggero e Fulvio Massarelli. Nonostante Hera (la multiutility che fornisce gas, acqua e elettricità alla città e fa affari con Nicola Cosentino) abbia chiuso i rubinetti immediatamente, di concerto con Questura e amministrazione, l’occupazione regge fino al 10 gennaio 2012, quando arrivano le camionette a sgomberare.

Da quel giorno, ovviamente, in via Zarlati 100 non è cambiato nulla, ma la “legalità democratica” è stata comunque ripristinata. Non senza il ricorso a qualche misura cautelare però, per «i fatti del 28 ottobre», cioè una contestazione contro Fiamma Tricolore venuta in città a celebrare l’anniversario della marcia su Roma (perché il fascismo sarebbe fuorilegge in Italia ma a Modena, così come nel resto del paese, la “legalità”, anche quella di una città sedicente democratica e antifascista, gira a senso unico).

Il 20 maggio 2012 l’Emilia è colpita da una forte scossa di terremoto che ha come epicentro il territorio di Finale Emilia. Nove giorni è sempre la bassa modenese a tremare intensamente. 27 le vittime totali, 20.000 sfollati e almeno una decina di miliardi di danni.

A giugno parte la campagna “dal basso alla bassa” mentre il 22 giugno 2012, dopo cinque sgomberi consecutivi, arriva il Guernica 6.0, in uno stabile abbandonato in via Viazza di Ramo. Qua viene allestito subito un magazzino per raccogliere i materiali destinati alla bassa colpita dal terremoto. Ma, nonostante la ferita del terremoto, le istituzioni della città non rinunciano alla loro tanto cara “legalità” e, il 25 luglio 2012, arriva il nuovo sgombero. Infame, come tutti gli altri, ma forse condito di un sapore ancora più amaro, quello dell’indifferenza.

guernica6.0Terminata l’estate, il 26 settembre del 2012, ci prova lo Stella Nera che occupa lo stabile dell’ex De Tomaso, in via Omero, nella zona vicina al centro commerciale Grandemilia. «Abbiamo liberato questo spazio, sottraendolo al degrado e all’abbandono, e restituendolo alla collettività per renderlo un luogo di libertà, fuori dalle dinamiche del profitto e della mercificazione della socialità. […] Contro la Modena dei motori proponiamo, in quella che era una fabbrica di automobili, orti collettivi, laboratori di autoproduzione (dal sapone ai pannelli solari), laboratori di musica e di giocoleria, spettacoli teatrali, mostre e tanto altro. […] Dopo il recente terremoto si è reso più evidente il problema della casa, già drammatico a causa della crisi. Questa occupazione evidenzia il paradosso per il quale tante persone si trovano senza casa mentre la città è piena di stabili vuoti, lasciati nel più completo degrado.» si legge nel comunicato dell’occupazione. Ovviamente, anche per lo Stella Nera, l’esito è scontato e il 28 febbraio 2013 anche questo spazio viene sgomberato con l’intervento della celere. Quindici giorni prima era stato sgomberato anche il Guernica 7.0 ma ci arriveremo. Nel frattempo, lo stabile “liberato” dal ripristino della “legalità”, indovinate un po’, torna a far compagnia al degrado e all’abbandono. Nel marzo del 2019 si legge di un progetto, contestato anche dalla Confesercenti, per – indovinate un po’ ? – un nuovo centro commerciale.

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Per ora, alla vigilia del 2020, se passate da via Omero, del nuovo centro commerciale non v’è traccia, dominano ancora degrado e abbandono.

Il 21 dicembre 2012, nell’ex maglieria Liu Jo vuota da molti anni, in via Gavasseti 171, sorge il Guernica 7.0. Qua i report parlano di «le serate di socialità con la presenza di artisti di fama nazionale esibitisi per la prima volta a Modena sul palco del Guernica e la presenza di tanti studenti che hanno ripristinato dei locali per adibirli ad aulette studio e per dare ripetizioni gratuite; studenti che hanno riscoperto la voglia e l’interesse per la politica vera e non per quella di palazzo, che si sta lucidando per la vetrina elettorale prima di tornare a dimenticarsi dei problemi della gente, ma forse è proprio per questo che si ripetono le voci di uno sgombero. Tutto questo in solo un mese e senza spese per la collettività, tutto questo in una città dove gli spazi abbandonati si moltiplicano e quelli pubblici vengono abbattuti (anche contro una sentenza del TAR: ex-Amcm) o lasciati marcire a causa della mancanza di fondi, ormai cronica, come nel caso delle ex-Fonderie.» Il ripristino della “legalità democratica” arriva inesorabile il 13 febbraio 2013 e ha tutta l’aria di essere la recita di un Re completamente al nudo oramai. Anche il fumettista Zerocalcare se ne occuperà, segno che ogni limite è già stato valicato in una città senza più udito.

Eravamo nel 2012, all’epoca della giunta grigio-pallida di Pighi, sgomberi, privatizzazioni dello spazio pubblico da una parte e abbandono di intere aree urbane sacrificate dai cicli di valorizzazione dall’altra ma la pellicola tutta decoro e sicurezza™ aveva ancora da venire. Certo i giornali pompavano già stigmi a più non posso, dai militari sui manifesti ai militari in carne ed ossa il passo era breve, ma il discorso pubblico era ancora distante dalle derive odierne. Nel frattempo in città chiudeva un lager (il Cie, distrutto dalle rivolte nell’agosto del 2013 e “ufficialmente” per decreto ministeriale nel dicembre di quello stesso anno) e qualcosa sembrava in fondo muoversi. (Da qua)

In realtà, la città stava veramente cambiando, ma non certamente per il meglio.

Il 30 novembre 2013, in via Carteria, nasce l’ex Deposito Carcerario Autogestito. Un edificio dell’ex carcere di Modena chiuso da decenni. Come si può leggere dal report che ne annunciava l’apertura «questa non è un’occupazione per il Guernica, ma per la città di Modena. Una città che vede il mito della “ricca Modena” crollare, governata da una politica sempre più distante e incapace di risponde alle reali esigenze che Modena richiede». O ancora: «Questa vuole essere oltre che una liberazione, una provocazione all’amministrazione,in quanto noi vediamo la riqualificazione in maniera non speculativa e con imposizioni dall’alto, come possiamo vedere nell’esempio di piazza Roma,ma in maniera popolare e dal basso,facendo in modo che gli abitanti della via e del quartiere decidano da soli cosa fare di uno spazio come questo vuoto da almeno dieci anni.E siamo consapevoli che la giunta ci racconterà come questo posto sia soggetto a progetti di riqualificazione che saranno imminenti, ce lo racconterà sapendo di mentire ancora una volta. Noi ribadiamo la necessità che posti vuoti come questo vengano assegnati e liberati dal basso, riconsegnati alla città e che diventino spazi di tutti, per tutti».

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E con due anni e mezzo di vita risulterà essere l’autogestione più longeva che Modena ricordi nell’ultimo decennio. Uno spazio poliedrico. Un po’ atelier d’arte, un po’ cinema, teatro, palco per band emergenti e non, centro sociale, mercatino bio, o meglio, biomercato popolare, luogo politico assembleare, doposcuola per i bambini del quartiere e spazio per presentazione di libri, conferenze e proiezioni. Esattamente uno «spazio di tutti, per tutti».

Nell’edificio accanto poi, nell’aprile del 2015, verrà inaugurata la Palestra Popolare Riot, anch’essa autogestita.

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Mentre a fine maggio 2015 lo Sportello Sociale La Rage, all’angolo con via Bonacorsa, in uno stabile di proprietà pubblica abbandonato anch’esso da decenni, restituirà una casa a un gruppo di famiglie sfrattate per morosità incolpevole. Un’occupazione abitativa dedicata a famiglie che avevano «subito l’espulsione dal tessuto produttivo del territorio». In pratica, come si può leggere nella cronaca dell’occupazione: «Per loro le politiche sociali non prevedono nulla: secondo le leggi regionali, infatti, chi ha reddito 0 non può accedere alle graduatorie dell’Edilizia Residenziale Pubblica gestite dall’ACER. In questo territorio, anche nel caso di lavoratori con 20 anni di attività e contributi versati, la perdita della capacità di lavorare significa esclusione da ogni diritto. Alcuni degli occupanti sono infatti in difficili condizioni di salute o con invalidità dichiarata; molti sono i minori. Piuttosto che politiche di edilizia popolare, che valorizzino il patrimonio immobiliare esistente e rimettano in uso gli appartamenti sfitti, gli amministratori di questo territorio preferiscono le politiche speculative».

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Mentre, in una piccola porzione del centro di Modena, accadeva tutto questo la città andava riconfigurandosi in maniera accelerata e al tempo stesso si risemantizzava, perché quando riconfiguri un territorio esso acquisisce nuovi significati. Si cominciava cioè ad innestare quel processo di vetrinizzazione e turistificazione che oggi risulta abbastanza lampante. Il centro della città si popolava così di turisti e militari mentre nelle zone decentrate spuntavano come funghi nuovi centri commerciali. Il discorso pubblico, in parallelo, andava torcendosi tutto sulla sicurezza, arrivavano i fasci e l’infernale binomio degrado-decoro iniziava a dettar legge.

Prima però, per i pionieri del Dio Capitale, per i loro cani da guardia in divisa e per i novelli generali Custer dell’amministrazione comunale, c’era tutto il tempo di sgomberare, smanganellare e reprimere queste esperienze, totalmente incompatibili con la Modena riconfigurata e genuflessa alle “nuove”  divinità dell’estrazione e del profitto fine a se stesso.

L’occasione, offerta gentilmente a questi servi, gliela diede quel sogno che fu l’ex Caserma Sant’Eufemia, riaperta il 26 marzo 2016 con una ventina di famiglie senza casa organizzatesi assieme allo Sportello Sociale La Rage. Un edificio in pieno centro storico abbandonato da decenni e di proprietà pubblica attraverso la Cassa Depositi e Prestiti. Un ex carcere nel quale, durante la Resistenza, venivano torturati e detenuti i partigiani. Uno spazio fisico ma anche di immaginario, uno specchio in pratica, perché distante meno di trecento metri da un Comune ormai votato unicamente e definitivamente alla speculazione. «In una città capitalista come Modena che lentamente vede sempre maggiori contraddizioni nel suo tessuto produttivo e sociale, crediamo che, oltre allo stare concretamente al fianco dei lavoratori sfruttati che in questi giorni stanno bloccando le merci in varie aziende modenesi, siano necessarie pratiche che promuovano nuovi momenti di costruzione dal basso di ‘alterità’ rispetto al presente.» recitava il comunicato che ne annunciava la riappropriazione

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Solo quell’anno (2016) la Regione Emilia Romagna poteva contare su 108.200 famiglie in condizioni di disagio abitativo. Una quota che era pari al 32% del totale degli affitti. A Modena invece, nell’ex Caserma Sant’Eufemia trovarono una casa circa sessanta persone tra donne, uomini e bambini. Una situazione intollerabile per un potere politico sempre più marcio e meschino.

Così, prima si tenta con la soluzione soft, con vigili del fuoco e agenti in borghese che si aggirano nei dintorni dimenticandosi di nascondere a modo le pistole dalla cinta dei pantaloni, poi si arriva a militarizzare un intero quartiere del centro di Modena in quella che appare come un operazione antiterrorismo su larga scala e che, su questo blog, abbiamo definito il giorno in cui Modena perse la dignità. L’11 maggio 2016.

11maggio

Da quel giorno, una serie di muri tirati su alla bell’e meglio, sigilla quelle esperienze riconsegnandole di fatto a topi, guano e blatte.

Per l’ex caserma Sant’Eufemia, inoltre, verrà allestita una speciale sorveglianza con una pattuglia di guardie giurate che, per mesi, stazioneranno davanti a un portone chiuso a guardia del vuoto. Guardie giurate della S.S.D. Security Services Di Tullio dell’ex carabiniere (ras delle guardie girate) Domenico Di Tullio accusato dalla Procura di Nocera di estorsione. La “legalità democratica” è ripristinata ancora una volta.

Nel gennaio del 2017, mentre in Italia arriva Minniti (che decreta, fra l’altro, la riapertura del lager della città), a Modena apre Terra dei Padri e viene arrestato il sindacalista Aldo Milani.

La città ormai è tossica e accumula per spossessamento. Il 3 novembre 2017 però accade un fatto inaspettato. Dopo un’occupazione temporanea di due giorni, avvenuta la settimana precedente, viene riaperto e “restituito” alla città l’ex Cinema Olympia chiuso e abbandonato dal 2002.  Si tratta, per utilizzare le parole del Ministero dei Beni Culturali, di “una significativa testimonianza di architettura dello spettacolo del Secondo Novecento” e vincolato dal 2008 dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici. È uno spazio familiare ai modenesi tanto che se ne “occupano” persino i giornali locali, solitamente molto attenti a silenziare qualsiasi si muova al di fuori dei circuiti istituzionali.

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«Qualche attacco di panico in giro per Modena  dunque sembra che l’occupazione dell’ex cinema Olympia l’abbia creato. Abbiamo visto di tutto in questi giorni ma la medaglia d’oro va sicuramente assegnata alla coordinatrice di Forza Italia provinciale, Mazzacurati, che prima propone di fare dell’ex cinema occupato una sorta di FICO in salsa modenese, non viene cagata di striscio per poi andare a gridare al lupo al lupo, legalità, legalità sui giornali cittadini. Lontano dal teatrino della “politica” ufficiale modenese, l’assemblea dell’Olympia continua a produrre mostre, iniziative, proiezioni, spettacoli, socialità e aggregazione dal basso. La “restituzione” alla città di questo luogo storico, quasi “affettivo”, attraverso l’autogestione e la condivisione prosegue dunque a ritmo serrato.»  si poteva leggere su un report del periodo, oppure ancora: «Ciak si gira! E’ sotto gli occhi di tutt* come la trasformazione urbana che sta interessando la città corra ad un ritmo serrato, parliamo di mutamenti sia sociali che economici laceranti, a tratti violenti, che concedono poco spazio (e pochi spazi) alla discussione, all’elaborazione e perché no, anche al dissenso. La recentissima occupazione dell’Ex Cinema Olympia ha mostrato chiaramente quanto anche la Storia stessa del nostro territorio possa divenire vittima dell’unica logica che governa la città, quella del profitto a tutti i costi, senza un domani e senza un passato.
Il frenetico andirivieni che abbiamo avuto il privilegio di osservare in questi pochi giorni di “riqualificazione” ci conferma il sospetto che avevamo, quello di una città affamata di luoghi di aggregazione nei quali poter sperimentare nuove forme di socialità e mutualismo che sembrano aver abbandonato definitivamente i luoghi della politica “ufficiale”.» sul testo di lancio di una delle assemblee.

Come tutti i sogni però, anche quello del cinema Olympia non poteva durare a lungo in quel di Modena. Così il 30 novembre 2017, su ordine del procuratore capo Lucia Musti, oltre alla denuncia, con la solita fiera di divise e manganelli, arriva il “sequestro preventivo”. Gli ingressi dell’Olympia vengono murati e cala il sipario sui mosaici di Giberti e sui documenti anni ’50. Per questi torna il sarcofago dell’abbandono e del degrado con la chimera di una vendita all’asta dello stabile che non avverrà mai. È “legalità democratica” che si mostra in tutta la sua essenza.

Questa volta però, come già successo anche in passato, l’arroganza comunale riceve una risposta immediata.

Domenica 3 dicembre 2017, infatti, a un mese esatto dalla riapertura dell’Ex Cinema Olympia, a margine di un corteo molto partecipato “contro gli sgomberi e per gli spazi sociali” tra le note di Édith Piaf viene riaperto un altro cinema storico della città, il Cavour. Trattasi di un vecchio teatro di fine ‘800 adibito a cinema nel primo dopoguerra, con un passato che interseca sia la Resistenza che il fermento culturale e politico del ’68. È chiuso da diciassette anni, è di proprietà della curia e potrebbe perfettamente essere adibito a museo solo per la macchina da proiezione che conserva al suo interno. Perché a Modena ormai sono le occupazioni a “fare territorio” mentre l’irrazionalità privata lascia dietro di sé solo un deserto di abbandono e un tessuto urbano sempre più disarticolato.

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Ma – colpo di scena – “C’è già un progetto”. Nemmeno il tempo di entrare e di ripulire un po’ il cinema che si presenta il presidente (soggetto prima indagato poi prosciolto per una truffa da mezzo milione ad un disabile) della fondazione Auxilium, proprietaria della struttura, a far presente che “C’è già un progetto”. Dopo 17 anni di totale abbandono  “C’è già un progetto”. È un classico.

Prima dello sgombero però, che avverrà il 12 aprile 2018, il cinema ospiterà concerti, conferenze, presentazioni di libri e assemblee importanti come quella sulla nuova legge urbanistica regionale del 5 gennaio 2018.

L’epilogo? Inutile che lo sveliamo, tanto l’avrete già intuito.

E della mensa per i poveri, che avrebbe dovuto inaugurare entro l’estate, ancora non v’è traccia se non sulle brochure e sulle foto per la stampa-marketing cittadina.

exCavourcavour

Per concludere questa lunghissima ricostruzione proviamo a rimanere ancorati all’ambito del cinema, utilizzando un film, Novecento di Bernardo Bertolucci, per tentare di spiegarci almeno un poco. Nel finale del primo atto viene incendiata dai fascisti una casa del popolo. Casa del popolo che ricorda da vicino spazi come quelli appena elencati e assassinati. Nella scena successiva i protagonisti stanno sfilando fra le strade deserte della città e Olmo e Anita gridano disperati a più riprese una parola: «Svegliatevi!» «Svegliatevi!» «Svegliatevi!». Ecco, la situazione a Modena, dopo dieci anni di crisi sistemica, di sgomberi e di un sistema di produzione ormai totalmente slegato dai bisogni umani il quale ha investito la città nella sua interezza, mettendola a valore, non appare affatto diversa.

Come a dire: non state a chiedervi da dove nasca la deriva fascista e razzista che stiamo attraversando se non siete disposti ad accettare anche la risposta. Risparmiamoci almeno l’ipocrisia di chi fa finta di non aver avuto gli occhi per vedere. Tuttavia, per chi ha avuto modo di guardare anche il secondo atto di quel film, c’è una scena in cui la musica cambia. I paesani lavorano il maiale e una frase di Olmo risalta al crescere della melodia.

In una fase storica nella quale ci ritroviamo tutti quanti disgregati, sia in quanto classe che in quanto esseri umani, qualsiasi luogo ricomponga un minimo questa cittadinanza frantumata e atomizzata si fa prezioso. Dunque pericoloso.

E quelle parole che crescono in Novecento le abbiamo ritrovate anche in un comunicato del 2012 e suonano più o meno così:

 

«Il Guernica sei anche tu»

 

 

Altri cento.